Bentham ed il panopticon

Panapticon, un termine che oggi è divenuto ormai emblema e radice di tutte quelle pratiche occhiute che sempre di più scavano nella nostra privacy e che fanno sì che la nostra intera vita sia studiata e spesso violata, quando va bene, a puri fini di marketing, quando va peggio, per un vero e proprio restringimento della nostra libertà. Si pensa subito a “1984” di Orwell e al Grande Fratello che dall’atmosfera angosciosa di quel libro è poi travalicato nelle ossessive immagini delle varie tv che replicano il format che porta quel nome come se fosse ormai l’unico modo di diventare famosi. Ma com’è possibile – ci si potrebbe chiedere – che una tale mostruosità sia stata partorita dalla mente di Jeremy Bentham,  personaggio magari complesso e bizzarro, ma sincero illuminista, sostenitore della Rivoluzione Francese, fondatore della filosofia utilitaristica?

Forse, cercando di adoperare un criterio storicistico, si può sciogliere il dilemma, scoprendo cose diverse, poco note e comunque interessanti.

Bentham pubblica il testo che porta quel titolo (“Panopticon or the inspection house”) una prima volta nel 1787 e poi lo riedita, a sue spese, nel 1791. E’ un libro di scarso successo, nessuno capisce davvero la strana proposta filosofico-architettonica che c’è dentro, ed è rapidamente dimenticato. Tanto che di costruzioni fatte secondo quei parametri se ne rintracciano pochissime in giro non tanto in Inghilterra, ma nel mondo intero. Intanto, cosa poco nota, l’idea di base Jeremy la deve dividere con il fratello Simon che, ingegnere giramondo, si trova a dirigere in Russia il grande cantiere navale del principe Potiomkin (sì, proprio quello dell’omonima corrazzata), fabbrica di notevole entità e formula per primo il principio di un controllo centralizzato della forza lavoro, ideando quella particolare costruzione. Ne scrive al fratello Jeremy che, nelle sue varie attività, si occupava anche di una fabbrica, in cui faceva lavorare persone con problematiche legali. La cosa lo stuzzica ed elabora qualcosa che non è solo un semplice modello architettonico ma un vero e proprio metodo educativo pedagogico. Si convince, infatti, che al posto delle percosse e delle angherie, che a quei tempi erano all’ordine del giorno in carcere, si possa sostituire un metodo basato sull’isolamento e sulla pervasiva certezza che qualcuno ti osserva anche quando non te ne accorgi. La pressione di questo metodo dovrebbe portare il condannato a introiettare una voce della coscienza, facendola diventare introspezione e quindi primo presupposto per un pentimento e ravvedimento.

Bisogna, infatti, sapere che il modello del vero panapticon prevedeva che le celle, disposte a raggera, avessero pareti trasparenti davanti e dietro (ma non sui lati), in modo che la luce permettesse di vedere e controllare in ogni ora del giorno e della notte le attività del recluso. Da una torretta simile a un faro il guardiano controllava, attraverso persiane schermate che quindi non permettevano di capire se in quel momento si era osservati o no. In più attraverso una sorta di precursore del telefono, costituito da un insieme di tubi, presente in ogni cella, il custode poteva, quasi fosse la voce di Dio, farsi presente col condannato per dare raccomandazioni, proibizioni ecc. Questo particolare fu poi abbandonato perché non si riuscì a renderlo unidirezionale e forse al custode arrivavano anche gli improperi e le maledizioni dei condannati.

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l’atmosfera inquietante di un “vero” panopticon

In Inghilterra, nella seconda metà del ‘700, il numero dei reati commessi (si finiva in carcere anche per modesti debiti) aveva subìto un vertiginoso aumento. I governi tentarono di contrastare il fenomeno attraverso una feroce e puntuale applicazione della pena capitale, delle marchiature e soprattutto attraverso la deportazione nelle colonie inglesi (soprattutto in Australia sede finale di una vera e propria deportazione etnica delle classi meno abbienti di quel tempo), sebbene essa (o forse proprio per questo!) comportasse, nella maggior parte dei casi, la morte dei prigionieri.

Molti avevano già posto l’accento sulla crudeltà e l’insensatezza del sistema penitenziario inglese, condannando lo stato di umiliante e dolorosa disumanità in cui versavano i prigionieri. Da più parti si andava proponendo una riforma carceraria che prevedesse l’impiego in alcuni lavori dei carcerati, utile oltre che alle casse dello Stato anche alla loro eventuale riabilitazione, ma anche l’introduzione degli insegnamenti religiosi, volti all’orientamento etico-morale dei prigionieri, una disciplina rigida ma non gratuitamente dolorosa, un ferreo isolamento che inducesse alla riflessione favorendo il pentimento e l’espiazione.

Proprio in questa corrente di pensiero s’inserisce Bentham che con il suo consueto pragmatismo sposò l’idea che era alla base del Panopticon.

Che come si può facilmente capire rappresentava, in un quel periodo, un notevole miglioramento del trattamento carcerario ed anche un tentativo di riabilitare velocemente soggetti per il ritorno in società e al lavoro.

Bentham per la verità vede l’applicazione del suo metodo in una maniera molto estensiva e infatti così scrive: serve a “punire i criminali incalliti, sorvegliare i pazzi, riformare i viziosi, isolare i sospetti, impiegare gli oziosi, mantenere gli indigenti, guarire i malati, istruire quelli che vogliono entrare nei vari settori dell’industria, o fornire l’istruzione alle future generazioni” e possono essere raggiunti mediante la costruzione dei relativi edifici “ove gli individui che devono essere controllati saranno il più assiduamente possibile sotto gli occhi delle persone che devono controllarli. L’ideale, se questo è lo scopo da raggiungere, esigerebbe che ogni individuo fosse in ogni istante in questa condizione. Essendo questo impossibile, il meglio che si possa auspicare è che in ogni istante, avendo motivo di credersi sorvegliato, e non avendo i mezzi di assicurarsi il contrario, creda di esserlo”; è altresì importante “che per una porzione di tempo la più lunga possibile, ogni uomo sia realmente sotto sorveglianza”.

Si può poi discutere se il metodo dell’isolamento portasse davvero dei miglioramenti nella psicologia, nella coscienza dei detenuti e nella loro capacità di revisione di una condotta di vita. Sarebbe interessante a tal proposito raccontare l’esperienza del penitenziario di Porth Arthur, in Tasmania, dove tale metodo fu portato alle estreme conseguenze, perché oltre all’isolamento dagli altri detenuti fu messo in atto il tentativo di isolare il soggetto anche da se stesso, privando le celle dell’uso di specchi o di qualunque altro metodo fisico di auto osservazione.

No, certamente non fu un buon metodo e creò spesso dei guasti ancora più gravi, ma va forse riconosciuto ai contemporanei di Bentham ed a lui stesso di aver provato, in buona fede, credo, a migliorare le cose.

Il panopticon di Siena, per venire al nostro Conolly, non fu certamente uno di quelli elaborati secondo i puri dettami di Bentham, ma fu un po’ addolcito. Non era presente la torretta del custode, non c’era il “telefono” sostituito da un controllo a vista effettuato dagli infermieri, che magari poi finivano a volte per solidarizzare con il malato, pervertendo, per fortuna, quell’atmosfera un po’ disumana che Bentham aveva ideato.

Resterebbero molte cose da dire su questo bizzarro illuminista inglese, le cui idee oggi fanno un po’ sorridere, come il suo metodo algebrico di calcolare la felicità o le sue massime filosofiche a volte un po’ apodittiche, ma non è questo il posto per farlo. Anche nell’ultimo

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Jeremy Bentham

passo terreno si distinse, donando il suo corpo alla scienza, mettendo in atto il suo progetto di Auto icona. In sostanza il suo corpo imbalsamato è tuttora visibile, come da lui voluto, presso l’University College of London. Ci sarebbero particolari macabri da narrare anche su questo, ma li lasciamo a chi ha voglia di approfondire

A.F

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