SAVE THE CONOLLY BY DON GIOVANNI GUISO

UN RICORDO DI NANNI GUISO

Arte, Bellezza, Cultura erano l’ABC di Nanni Guiso. E si manifestavano soprattutto nella musica e nel teatro. L’Apparita, nome certo non indifferente, era la Sua casa. Una villa di grande prestigio, attribuita a Baldassare Peruzzi, alla periferia sud di Siena, che poteva vantarsi di ben tre teatri. Il primo e il più grande era all’aperto, nel giardino ridisegnato sulla collina dall’architetto Pietro Porcinai, creato alla fine degli anni ’70. Come sfondo aveva Siena, le sue torri e i campanili. Ventisei panchine, ognuna capace di quattro posti, potevano accogliere cento spettatori, per gli spettacoli all’aperto.                                                Il secondo teatro, il più usato, anche per i concerti, era ricavato dentro un fienile ristrutturato, e poteva contenere una cinquantina di spettatori, fra seduti e in piedi. Il terzo era un teatrino per eseguire spettacoli con marionette, con pupi, con bambole preziose, che lo stesso Nanni amava muovere e rappresentare. Lì venivano sceneggiate arie di opere, che un disco a 33 giri suonava in diretta. Ma a pensarci bene c’erano almeno un’altra trentina di teatri, dei veri piccoli teatri giocattolo per bambini. Una preziosa raccolta, con alcuni rari esemplari a partire dal secolo XVIII, che erano tenuti da parte, collezionati, gelosamente custoditi, quasi di riserva rispetto al primo, quello comunemente usato.

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La villa dell’Apparita e sotto il teatro nel verde

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Cosicché quando Nanni fu coinvolto all’inizio degli anni 2000 nella impresa di salvare le eredità più importanti del manicomio di San Niccolò, quello che più lo affascinò era il Teatro. Il Teatro vero, con palcoscenico, strutture di servizio, posti a sedere per gli spettatori. Un teatro però che non c’era più. Ne avevamo soltanto disegni, fotografie, testimonianze, racconti.

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il teatro del manicomio

 

Era stato smontato negli anni sessanta per dare spazio alle assemblee, soprattutto sindacali, e ai corsi di aggiornamento. Ad attività quindi assai lontane dalle possibilità espressive e comunicative, in qualche misura anche terapeutiche, della rappresentazione, della trasformazione, della riappropriazione e, in fondo, anche della riabilitazione. Don Giovanni trasferì allora sul Conolly la sua passione e i suoi desideri. La sua carica rappresentativa, la sua fantasia, le sue improvvisazioni ed invenzioni potevano ben trovare spazio dentro uno spazio totale, circolare, tragico come quello delle tragedie greche e delle tragedie della follia. Intervenne al Comune nell’anno duemila quando fu presentato il progetto di recuperare i valori e le eredità più significative del Manicomio.  E nel 2001 come vicepresidente del Fai Toscano si impegnò ad aprire per la prima volta ai senesi, il 18 marzo 2001, la “Valle ritrovata”.senza-titolo5  E nello stesso giorno a lanciare una campagna di impegni e di testimonianze “Salviamo il Conolly”.

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In quegli anni di grande fermento creativo il Conolly aveva già ospitato nelle sue celle una eccezionale mostra di sculture di Vittorio Corsini intitolata al “Corpo Fragile”.

Fu curata con grande amore da Marco Pierini e Luigi di Corato, con testimonianze di Alberto Olivetti e Francesca Vannozzi.  Erano otto celle con letti, gabbie, sbarre, camici, stetoscopi, fiori blu, strumenti, cuori scarsi, residui secchi, cuori malati, che rappresentavano e rappresentano ancor di più oggi, ciò che è diventato ormai il malato.  Un oggetto, come tanti, e non un soggetto, un essere umano.

E lo spazio semicircolare di uno dei suoi cortili fu poi utilizzato per la rappresentazione teatrale di Mila Moretti, fantastica come sempre, che la follia presente per tanti anni in quei luoghi rendeva particolarmente vera e suggestiva.senza-titolo7

Non poteva non essere che “Un sogno” di August Strindberg, sicuramente d’accordo con Shakespeare nel sostenere che “noi siamo fatti della medesima stoffa di cui sono fatti i sogni”. E con una naturale connessione alla “Interpretazione dei sogni” di Freud, capace di renderci comprensibile e condivisibile ogni forma di follia.

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Teatro, Arte, Rappresentazione, Paesaggio, Follia, Creatività, Musica, Sogno abitano a pieno titolo nel ricordo di Nanni Guiso, ma anche nel nostro presente. È per questo che bisogna rileggere la sua introduzione al dépliant esplicativo che veniva fornito a tutti i visitatori come guida per Salvare il Conolly e visitare l’Orto dei Pecci, molti anni fa.

L’ORTO  DE’ PECCI     SALVIAMO   IL  CONOLLY

di  Nanni Guiso

Sono qui quale vicepresidente regionale del FAI, Fondo per l’Ambiente Italiano, Ente Morale senza fini di lucro, ispirato al modello britannico del National Trust. I suoi 50.000 aderenti nutrono un interesse crescente alla conservazione e al restauro del Bello.

Il FAI plaude all’energetica intuizione del Circolo La Pergola che vuol sdrammatizzare un ambiente per anni emblema della difficoltà di vivere -connotazione che ha offuscato il fascinoso “genius” dell’intera vallata percepibile dalla panoramica terrazza della Piazza del Mercato che abbaglia da sempre i buongustai del paesaggio. Progetto e piani dell’impresa di cui oggi si parla sono proposti nel libro di Costante Vasconetto L’Orto de’ Pecci la cui lettura è necessaria per conoscere storia, vicende, vicissitudini della Valle di Porta Giustizia grazie al passionale approfondimento dell’autore che con impegno di storico, affetto di senese, partecipazione di cittadino, si è dedicato a questa sua “terra promessa”.

Questa terra promessa è documento della sensibilità senese che non ha voluto interrompere il contatto tra la città e la campagna circostante: le sue mura distinguono, non dividono, agevolando quella simbiosi.

 

Forse è un miracolo, forse è un caso aver salvato la vallata con la complicità della Natura che a volte sembra rifiutare qualsiasi intervento, quanto più esso sia elaborato e non essenziale.

A suo tempo la destinazione di quell’area a Ospedale psichiatrico e annessi è stata un atto di “pietas” ma anche un sopruso, che ha coinvolto in un’aura di tristezza uno dei più bei paesaggi toscani.

I senesi conserveranno diligentemente quanto è memoria e testimonianza, ma cancelleranno l’atmosfera kafkiana, claustrofobica su cui gravano ancora gli effetti di

un imprecisato regno del terrore vigente nel passato.

Ho letto i programmi del Circolo La Pergola, mirati a inventare un parco in cui l’uomo si renderà civilmente conto di vivere in un ambiente privilegiato in un eden ricco e povero nello stesso tempo.

L’angosciosa archeologia ospedaliera non sarà più disperante, la Vallata degli orti verrà restituita ai cittadini che la innerveranno attraverso percorsi culturali per cancellare con ore distensive un passato persecutorio.

Il delirio che in questi luoghi ha abitato suggerendo, nel suo significato letterale, etimologico, l’immagine dell’uscire dal seminato, e ha per anni richiamato la metafora del campo che si trasforma in selva, ora rivelerà il percorso inverso nella trasformazione dalla selva in campo, del disordine in ordine.

Il cupo Conolly, opera dell’architetto Azzurri, esempio di architettura segregante, rimarrà giustamente come testimonianza di terapia necessaria ma devastante. Costruito nel 1877, resta l’unica realizzazione ospedaliera in Italia del progetto di pedagogia e controllo sociale teorizzato dall’utilitarista inglese Jeremy Bentham nel1791 con il nome di panopticon. La struttura, rarità architettonica a livello internazionale, dava la diabolica possibilità di controllare separatamente i degenti ventiquattro ore su ventiquattro: una sorta di “Grande fratello” ante litteram.

Purtroppo è stata distrutta, per una inspiegabile disattenzione delle autorità responsabili, quella fabbrica di confortanti illusioni che è il teatro, mi dicono una delle più affidabili terapie con un passato addirittura non solo scientifico ma letterario.

Non so, né lo potrei, giudicare la necessarietà funzionale dell’intero complesso e di quegli inserti pregiudizievoli alla qualità del paesaggio, ma ora che il loro vuoto allucinatorio avrà vita nuova e diversa, convengo che rimanga documento di un passato angosciante da resuscitarsi a luogo di delizia e di piacere per coltivarvi i prodotti della terra ma anche cultura e otium. Sarà tappa significativa dell’evoluzione da una vie sauvage, col suo carico di passioni, fantasie, credenze, deliri, sofferenza e sopruso, ad approdi sereni.

Operare per la sopravvivenza di quanto creato dalla genialità dell’uomo o donato dalla Natura benigna soddisfa anche l’esigenza di migliorare se stessi.

Il FAI, il cui credo è consegnare il passato al futuro, chiede di non rimanere estraneo a questa impresa, diffondendone progetti e piani nella giornata FAI di primavera 2001 (18 marzo dalle ore 10 alle 17 ) – sempre di risonanza nazionale – perché tutta l’Italia segua questo esemplare recupero ­architettonico e morale, in quanto memoria di un caparbio tentativo di penetrare i misteriosi enigmi della mente umana.

Il sentiero di Ho Chi Minh

Nella seconda metà del Novecento molti sociologi, psichiatri, studiosi di varie materie si sono interessati alle cosiddette “istituzioni totali”, tra questi uno dei più conosciuti è il sociologo canadese Erving Goffman che, nel 1961, pubblica “Asylum”, rapidamente divenuto un testo di riferimento per quei temi.

È lui che trova, a mio parere, una definizione chiara e semplice di quello che si intende con quella locuzione. Si parte dalla constatazione che le aree della vita di ogni essere umano sono grossolanamente tre: casa, lavoro e tempo libero. Bene, quando tutte e tre queste attività si svolgono nello stesso luogo fisico, sotto lo stesso tetto, ci troviamo in una istituzione totale: un carcere, un convento, un collegio, un ospedale, un manicomio. Quando cioè non esiste più una partizione di luoghi diversi per le diverse aree della vita, è evidente che la vita stessa è, per qualche ragione, temporaneamente o permanentemente coartata. È ovvio che in tale situazione quella stessa ripartizione tende a perdersi, per essere sostituita da uno stato in cui il soggetto rischia un processo di progressiva perdita dell’identità, di depersonalizzazione che spesso sfocia nella cosiddetta “sindrome dell’istituzionalizzato”.

Questo dà conto di quei fenomeni presenti all’interno di un manicomio, che forse tra le istituzioni totali è la più totale di tutte, dove i soggetti sono progressivamente resi tutti uguali, con gli stessi orari, gli stessi vestiti, le stesse abitudini, tanto che dopo un po’ finiscono per diventare difficilmente riconoscibili tra loro. Vedere, per esempio, come avveniva regolarmente in manicomio ottanta, cento persone camminare senza scopo e senza alcuna meta in una sala pur grande, finiva per rendere quelle persone più simili a un nugolo di mosche impazzite che ad esseri umani.

A questi meccanismi alienanti delle istituzioni totali, di cui forse il manicomio ha rappresentato l’esempio più violento, naturalmente i “pazienti” si sono spesso opposti in varie maniere, trovando modi per ricavare ritagli proibiti di una libertà perduta.

Pensate per esempio alle scene di quel cult movie che è “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. Nel film l’arrivo di un paziente con una spiccata personalità rivoluziona tutto, rimettendo in pista anche pazienti ormai del tutto istituzionalizzati. Randle Patrick McMurphy, il personaggio interpretato da Jack Nicholson, riesce addirittura ad organizzare, proditoriamente, una gita in barca con gli altri ricoverati suscitando la grande allegria di tutti. Poi, anche lì, le cose finiscono male, l’istituzione dopo una breve incertezza riprende il sopravvento e tutto torna come prima…o quasi. Il quasi, naturalmente, si riferisce al personaggio del vecchio pellerossa che tutti credevano sordomuto e che regala, con la sua fuga, proprio mentre scorrono i titoli di coda, una luce di speranza a tutto il film.

Prima di arrivare a raccontare la vicenda di questa puntata è necessario ancora accennare ad un’altra storia molto lontana da Siena e dal quartiere Conolly. Anche questa, guarda caso, fa riferimento agli anni del film, inizi degli anni Settanta, ultimo periodo della guerra del Vietnam. Fu in quel periodo che si sentiva spesso parlare del sentiero di Ho Chi Minh.

Il sentiero di Ho Chi Minh, come sanno quelli che hanno vissuto quel periodo, fu una rete di strade che andavano dal Vietnam del Nord al Vietnam del Sud, attraverso le nazioni confinanti di Laos  e Cambogia, allo scopo di fornire supporto logistico ai Viet Cong durante il periodo bellico. Era una combinazione di strade per i camion e percorsi per pedoni e biciclette e fu un elemento decisivo nel prolungamento, fino alla vittoria, della guerra dei Viet Cong.

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Ma cosa c’entra questo – sento già mormorare i miei lettori – con il manicomio, con il Conolly?

Molto più vicino a noi, fu chiamato con questo nome un sentiero scosceso, situato appena fuori della cinta muraria che attraversava il territorio dell’Ospedale, percorribile solo a piedi. Il sentiero da Porta Romana scendeva a valle e metteva in comunicazione l’ospedale Psichiatrico con Porta Tufi e soprattutto con un bar che lì vicino esiste tutt’ora. L’esistenza di questa “via” è confermata anche dal libro “Noi c’eravamo” di Gino Civitelli e Flores Ticci (Ed. Cantagalli, Siena – 2011). Veniva spesso percorso dai ricoverati che volevano provare un brivido di libertà dalla sorveglianza/custodia cui erano sottoposti in Ospedale e, magari, poi festeggiare con una buona bevuta. L’assunzione di alcol per alcuni di loro era il “problema”, il motivo per cui si trovavano lì dentro; in altre situazioni i pazienti sottoposti a forti terapie sedative avevano empiricamente sperimentato che il vino poteva diventare una sorta di contro veleno in grado di opporsi all’azione sedativa. Per questo il sentiero veniva spesso affrontato dai pazienti più coraggiosi o dotati di iniziativa. Qualche infermiere ne era a conoscenza, forse anche qualche medico, ma non si faceva quasi nulla per impedire queste passeggiate che allentavano un po’ la tensione in un ospedale che aveva ormai (siamo alla fine degli anni Sessanta, inizio dei Settanta) più una funzione meramente custodialistica che non una terapeutica, più consona ad un nosocomio. Questa storia, serpeggiante all’interno del San Niccolò, contribuiva ad alimentare barzellette e scherzi, finendo quasi per essere tollerata ufficiosamente da tutti, pur essendo invece negata in maniera ufficiale.

Ma, come in ogni umana situazione, la tragedia era dietro l’angolo.

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Siamo a metà circa degli anni Settanta. Riccardo, un ragazzo di poco meno di trent’anni, era giunto al ricovero dopo un lungo percorso medico per via di una malformazione cardiaca che lo aveva obbligato ad una serie di interventi correttivi di cardio chirurgia, tutti naturalmente caratterizzati da lunghi periodi di degenza. Io che ho avuto la ventura di conoscerlo brevemente, posso dire che il suo aspetto (alto, magro, fronte bassa, bozze sopraorbitali accentuate, capelli neri e ricci) era quello di un ragazzo con un lieve deficit intellettivo, aggravato da qualche difficoltà di parola. I lunghi periodi di ospedalizzazione avevano finito per esacerbare certi atteggiamenti del carattere ed aspetti comportamentali bizzosi e reattivi. Questi aspetti avevano reso sempre più difficile la permanenza in famiglia e così, oltre alle degenze per i motivi cardiaci, erano anche iniziate quelle per motivi psichiatrici. Dopo alcuni ricoveri in Clinica Neuro e nella Psichiatria ospedaliera (dove appunto mi capitò di incrociarlo) era stato alla fine inviato all’Ospedale Psichiatrico come ultima spiaggia di una vita che, sia pure iniziata da poco, si era però subito rivelata in salita.

Riccardo mal sopportava la disciplina di ogni ospedale, forse esasperato dal fatto di aver passato lì dentro la maggior parte del suo tempo, figuriamoci poi come poteva adattarsi alla disciplina un po’ alienante di un manicomio. Durante il periodo di ricovero aveva probabilmente orecchiato dagli altri pazienti l’esistenza di una via di fuga dal San Niccolò. È persino possibile che avesse sperimentato qualche volta quella strada, chissà.

Spinto dall’impulso irrefrenabile di andar via e di tornare dalla sua mamma, sceglie di tentare la fuga. Valutando male le sue forze, la propria capacità di orientarsi e la situazione generale, si incammina su quel sentiero in una serata di fine ottobre, che diventa poi una notte di pioggia e tempesta. Così Riccardo si perde in quel viottolo e al momento in cui i pazienti dovevano andare a letto e essere “contati”, qualcuno si rende conto che Riccardo manca, non è presente in reparto. Cominciano le ricerche, ma solo la mattina dopo viene ritrovato morto, annegato, in una delle pozze che esistono in quel percorso e che in quella notte si erano particolarmente ingrossate.

Tutto allora diventò tragedia, spazzando via la comicità spesso associata ai matti e rivelando nella sua crudezza la disgrazia di una giovane vita spezzata proprio nel luogo dove invece doveva essere aiutato a curarsi.

Non so se dopo quell’episodio il sentiero di Ho Chi Minh fu bloccato o solo meglio controllato, ma forse non ce ne fu bisogno perché appena qualche mese dopo, come un fulmine a ciel sereno o quasi, arrivò la legge Basaglia, la quale, fin dalla sua promulgazione, bloccò i nuovi ricoveri in manicomio. Solo i malati che già vi risiedevano, tutti più “esperti” del povero Riccardo, che fu uno degli ultimi arrivati, potevano rimanere lì dentro.

Qualcuno di loro, vi rimase fino al 1999, anno in cui il San Niccolò chiuse in maniera definitiva i battenti.

 

Andrea Friscelli

Adamo ed Eva

Comincio con il pezzo di oggi a raccontare, come promesso, le storie dei pazienti del manicomio e della vita che lì dentro si viveva. L’aneddotica manicomiale è un terreno scivoloso, uno stretto crinale sul quale camminare non è semplice. Il rischio è di cadere da un lato nella barzelletta che rende tutto distante e ridicolo, dall’altro nella esasperazione di certe tesi precostituite. Non so se riuscirò nell’impresa che mi riprometto: essere equilibrato e dare al lettore gli strumenti per farsi una sua idea.

La storia che voglio raccontare oggi (da Martina Starnini, “Follie separate”, Pisa University Press- 2014), ha bisogno di qualche premessa. Intanto è una storia semplice, non drammatica, finita, per quello che sappiamo, senza tragedie e neppure con una di quelle degenze a vita che tanto erano consuete, ma con un ritorno in famiglia, sia pure un po’ ridimensionato. Mi ha colpito proprio per l’essenzialità dei meccanismi in gioco, per lo scherzo, si potrebbe dire, che il destino gioca al protagonista attraverso un piccolo particolare che invece diventa poi, come vedremo, gigantesco.

Veniamo alle premesse più generali nelle quali la storia di Adamo si inscrive.

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La prima riguarda l’economia agricola fondata sulla mezzadria che ebbe un particolare sviluppo nel Centro Italia. È nella seconda metà dell’Ottocento che comincia la crisi di questo sistema, il quale giungerà poi alla sua naturale fine diversi decenni dopo. Vari studi hanno dimostrato come la funzione sociale del Manicomio di San Niccolò, nel suo momento più florido, sia stata quella di diventare una sorta di deposito degli scarti che quel sistema produceva sempre in maggior quantità. Allora il fratello “pinzo”, il disabile, la nuova sposa con poca voglia di lavorare o l’anziano che non poteva più reggere il ritmo di lavoro precedente, per citare solo alcune delle più frequenti tipologie, andavano talvolta incontro, in famiglia, ad una esclusione che aveva nel ricovero in manicomio il sigillo transitorio o definitivo.

Certo è naturale che i più deboli, messi in questa condizione di sottile ma crescente ostracismo familiare, finissero per sviluppare tematiche depressive e diventare “lipemaniaci”, come si diceva allora, o magari andassero incontro a periodi di eccitazione o entrassero comunque in un’area patologica in cui era difficile stabilire quanto il malessere derivasse da una patologia endogena e quanto da un ambiente familiare frustrante. La tollerabilità dei comportamenti folli era misurata, e non solo nelle famiglie contadine, prima di tutto sull’attività o inattività del familiare. L’inadempienza al lavoro era il primo campanello d’allarme, nonché un problema evidentemente serio sia per le famiglie che già vivevano in situazioni di povertà, sia per quelle più abbienti. Così tutti coloro che non riuscivano più ad assolvere ai loro compiti lavorativi, trovavano una loro facile collocazione nell’ospedale psichiatrico dove finivano spesso per vivere l’intera vita in una sorta di universo parallelo.

Uno specifico aspetto di questa crisi (ecco la seconda premessa di questa storia) consisteva, così sostiene Starnini (ibidem), nell’aumento del celibato, una tendenza generale toscana e del centro Italia. Il tipo di famiglia mezzadrile produceva una serie di dinamiche tipiche come, per esempio, un’età al matrimonio piuttosto elevata. Le organizzazioni familiari, infatti, dal momento che le spose prendevano residenza in casa del marito, utilizzavano il nubilato e, in misura maggiore, il celibato dei propri componenti per difendersi dall’eccessiva presenza di unità improduttive all’interno della famiglia. Il meccanismo del “capocciato”, che spettava a un maschio della famiglia, prevedeva che solo i primogeniti avessero la facoltà di decidere liberamente se ammogliarsi e prendere le redini della famiglia/azienda. Questo faceva sì che nelle famiglie con più fratelli, qualcuno finisse per rimanere celibe, o dovesse in ogni caso aspettare il proprio turno al matrimonio.

Di conseguenza il “capoccia” era quello che decideva su tutto: matrimoni, nascite, lavoro. Il matrimonio di un fratello era un momento importante, ed il capoccia aveva diritto a dire l’ultima parola, dando o negando la sua approvazione. Lo faceva probabilmente attraverso il giudizio sulle capacità lavorative della futura sposa, prevedendo magari se la famiglia si sarebbe arricchita di un nuovo elemento produttivo o solo di un’altra bocca da sfamare.

E così la giovane età era quella durante la quale le speranze riposte in una storia d’amore fra ragazzi o nella combinazione di un buon matrimonio potevano andare deluse, sia negli uomini che nelle donne. E queste delusioni andavano, poi, in qualche modo smaltite.

Detto questo ecco il racconto della nostra storia: siamo nel 1880 ed arriva al San Niccolò un uomo, colono, celibe di 40 anni. Si chiama Adamo e gli viene diagnosticato uno stato di mania acuta. Non riesce a star fermo, parla in continuazione, spesso in maniera confusa, è insonne, mangia poco e si mostra recalcitrante a qualunque approccio terapeutico. Il primo ricovero dura circa due anni e viene dimesso guarito. Ma già nel 1883, viene di nuovo internato. Finalmente viene riportato in cartella qualcosa di più sulla sua storia (si sono persi due, tre anni di tempo per capire meglio?) rispetto a quello che aveva motivato il primo ricovero. Confessa che in quel tempo aveva avuto un dispiacere in famiglia, perché il fratello capoccia si era opposto fermamente al suo matrimonio. E con chi Adamo si voleva sposare? Con Eva, la sua Eva, una giovane con la quale dice Adamoavrei riformato la prima coppia della terra.

Questo viene interpretato dai medici, con qualche ragione, come un discorso malato, indice di una grandiosità innaturale, priva di qualsiasi fondamento. Con parole scientifiche più attuali si sarebbe detto che Adamo era dotato di un “sé grandioso” che probabilmente svolgeva la funzione di proteggere il suo narcisismo ferito dalla traumatica presa di coscienza della sua inferiorità in famiglia, una inferiorità di ruolo ma forse anche di fatto. Si può ipotizzare che il dover sottoporre i suoi progetti al giudizio del capo famiglia, il ricevere dal fratello un parere negativo abbia generato dentro di lui scontento e rabbia. Queste emozioni, con ogni probabilità, fornivano l’alibi per un disimpegno dalle attività lavorative e tutto ciò peggiorava ulteriormente il modo di essere considerato nel contesto familiare. Il fatto che la sua patologia, almeno da quello che si può evincere dalla cartella, avesse preso la strada della mania e non quella della depressione, accentua ancora una volta il rifiuto, la ribellione a quella presa di coscienza. Adamo attua così una sorta di ribaltamento delle emozioni, rovesciando la depressione, forse più comprensibile, nel suo esatto opposto, ovvero in uno scoppio maniacale di vitalità falsa, senza scopo e senza limiti.

Naturalmente se tutta la storia viene “letta” in tal modo, è chiaro che la guarigione corrisponde al riprendere buoni sentimenti verso la famiglia. Quando, come si legge nel diario clinico, afferma di non sentire più alcun rancore verso il fratello capoccia, è considerato guarito. Quelle strane idee di palingenesi attraverso il matrimonio sono finalmente abbandonate e nessuno più se ne occupa.

Ma quando un medico più scrupoloso, parlando con i parenti, indaga e chiede notizie più precise sui primi momenti del suo disturbo, trova la conferma che la storia negata ad Adamo riguardava davvero una donna di nome Eva. Insomma, quello che pareva il sintomo di un pensiero delirante, in realtà, era la pura e semplice verità.

Come sempre, o come spesso, capita l’ascolto ci porta più vicino alla verità.

Ad Adamo fu impedito di unirsi alla donna che aveva scelto e che si chiamava Eva, questo è un fatto. Poi è chiaro che lui innestò su questa vicenda la tendenza a sragionare e quel rifiuto del fratello capoccia diventò, nel tempo in cui interiormente lavorò la delusione, la negazione, l’ostacolo a che lui rifondasse l’umanità intera.

Ci si potrebbe chiedere cosa sarebbe successo se Adamo si fosse invaghito, per esempio, di una Pia invece che di Eva? È possibile insomma che il destino, scherzando con la sua vita, gli abbia giocato un tiro, come dire, semantico, indirizzando così le sue idee deliranti? Oppure si deve pensare che abbia scelto quella donna proprio perché, portando quel nome, dava credito alle sue idee grandiose? E qual è stato, più nel dettaglio, il ruolo del fratello capoccia?

Tante altre interessanti domande vengono alla mente anche se decisamente retoriche vista l’impossibilità di arrivare a risposte esaurienti. Per esempio, ci si può chiedere dov’è o di chi è, in questo caso, la responsabilità della malattia?

Cercando una risposta equilibrata, si potrebbe dire che questa risiede parzialmente in una struttura familiare abbastanza rigida. Con altrettanta certezza, credo però che si possa dire che anche Adamo, con la sua mente fragile e fantasiosa, ci metta del suo.

Certo è che Adamo passa diversi anni in manicomio e, prima di tornare alla sua vita, probabilmente ricava da tutta la vicenda che non è tanto salutare per lui esprimere volontà, emozioni e progetti. Meglio abituarsi ad una vita a scartamento ridotto, al suo ruolo di “pinzo” un po’ strambo, rispettando il quale può stare in famiglia, altrimenti per lui rimarrà sempre il rischio del manicomio.

Andrea Friscelli

 

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