SAVE THE CONOLLY BY DON GIOVANNI GUISO

UN RICORDO DI NANNI GUISO

Arte, Bellezza, Cultura erano l’ABC di Nanni Guiso. E si manifestavano soprattutto nella musica e nel teatro. L’Apparita, nome certo non indifferente, era la Sua casa. Una villa di grande prestigio, attribuita a Baldassare Peruzzi, alla periferia sud di Siena, che poteva vantarsi di ben tre teatri. Il primo e il più grande era all’aperto, nel giardino ridisegnato sulla collina dall’architetto Pietro Porcinai, creato alla fine degli anni ’70. Come sfondo aveva Siena, le sue torri e i campanili. Ventisei panchine, ognuna capace di quattro posti, potevano accogliere cento spettatori, per gli spettacoli all’aperto.                                                Il secondo teatro, il più usato, anche per i concerti, era ricavato dentro un fienile ristrutturato, e poteva contenere una cinquantina di spettatori, fra seduti e in piedi. Il terzo era un teatrino per eseguire spettacoli con marionette, con pupi, con bambole preziose, che lo stesso Nanni amava muovere e rappresentare. Lì venivano sceneggiate arie di opere, che un disco a 33 giri suonava in diretta. Ma a pensarci bene c’erano almeno un’altra trentina di teatri, dei veri piccoli teatri giocattolo per bambini. Una preziosa raccolta, con alcuni rari esemplari a partire dal secolo XVIII, che erano tenuti da parte, collezionati, gelosamente custoditi, quasi di riserva rispetto al primo, quello comunemente usato.

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La villa dell’Apparita e sotto il teatro nel verde

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Cosicché quando Nanni fu coinvolto all’inizio degli anni 2000 nella impresa di salvare le eredità più importanti del manicomio di San Niccolò, quello che più lo affascinò era il Teatro. Il Teatro vero, con palcoscenico, strutture di servizio, posti a sedere per gli spettatori. Un teatro però che non c’era più. Ne avevamo soltanto disegni, fotografie, testimonianze, racconti.

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il teatro del manicomio

 

Era stato smontato negli anni sessanta per dare spazio alle assemblee, soprattutto sindacali, e ai corsi di aggiornamento. Ad attività quindi assai lontane dalle possibilità espressive e comunicative, in qualche misura anche terapeutiche, della rappresentazione, della trasformazione, della riappropriazione e, in fondo, anche della riabilitazione. Don Giovanni trasferì allora sul Conolly la sua passione e i suoi desideri. La sua carica rappresentativa, la sua fantasia, le sue improvvisazioni ed invenzioni potevano ben trovare spazio dentro uno spazio totale, circolare, tragico come quello delle tragedie greche e delle tragedie della follia. Intervenne al Comune nell’anno duemila quando fu presentato il progetto di recuperare i valori e le eredità più significative del Manicomio.  E nel 2001 come vicepresidente del Fai Toscano si impegnò ad aprire per la prima volta ai senesi, il 18 marzo 2001, la “Valle ritrovata”.senza-titolo5  E nello stesso giorno a lanciare una campagna di impegni e di testimonianze “Salviamo il Conolly”.

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In quegli anni di grande fermento creativo il Conolly aveva già ospitato nelle sue celle una eccezionale mostra di sculture di Vittorio Corsini intitolata al “Corpo Fragile”.

Fu curata con grande amore da Marco Pierini e Luigi di Corato, con testimonianze di Alberto Olivetti e Francesca Vannozzi.  Erano otto celle con letti, gabbie, sbarre, camici, stetoscopi, fiori blu, strumenti, cuori scarsi, residui secchi, cuori malati, che rappresentavano e rappresentano ancor di più oggi, ciò che è diventato ormai il malato.  Un oggetto, come tanti, e non un soggetto, un essere umano.

E lo spazio semicircolare di uno dei suoi cortili fu poi utilizzato per la rappresentazione teatrale di Mila Moretti, fantastica come sempre, che la follia presente per tanti anni in quei luoghi rendeva particolarmente vera e suggestiva.senza-titolo7

Non poteva non essere che “Un sogno” di August Strindberg, sicuramente d’accordo con Shakespeare nel sostenere che “noi siamo fatti della medesima stoffa di cui sono fatti i sogni”. E con una naturale connessione alla “Interpretazione dei sogni” di Freud, capace di renderci comprensibile e condivisibile ogni forma di follia.

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Teatro, Arte, Rappresentazione, Paesaggio, Follia, Creatività, Musica, Sogno abitano a pieno titolo nel ricordo di Nanni Guiso, ma anche nel nostro presente. È per questo che bisogna rileggere la sua introduzione al dépliant esplicativo che veniva fornito a tutti i visitatori come guida per Salvare il Conolly e visitare l’Orto dei Pecci, molti anni fa.

L’ORTO  DE’ PECCI     SALVIAMO   IL  CONOLLY

di  Nanni Guiso

Sono qui quale vicepresidente regionale del FAI, Fondo per l’Ambiente Italiano, Ente Morale senza fini di lucro, ispirato al modello britannico del National Trust. I suoi 50.000 aderenti nutrono un interesse crescente alla conservazione e al restauro del Bello.

Il FAI plaude all’energetica intuizione del Circolo La Pergola che vuol sdrammatizzare un ambiente per anni emblema della difficoltà di vivere -connotazione che ha offuscato il fascinoso “genius” dell’intera vallata percepibile dalla panoramica terrazza della Piazza del Mercato che abbaglia da sempre i buongustai del paesaggio. Progetto e piani dell’impresa di cui oggi si parla sono proposti nel libro di Costante Vasconetto L’Orto de’ Pecci la cui lettura è necessaria per conoscere storia, vicende, vicissitudini della Valle di Porta Giustizia grazie al passionale approfondimento dell’autore che con impegno di storico, affetto di senese, partecipazione di cittadino, si è dedicato a questa sua “terra promessa”.

Questa terra promessa è documento della sensibilità senese che non ha voluto interrompere il contatto tra la città e la campagna circostante: le sue mura distinguono, non dividono, agevolando quella simbiosi.

 

Forse è un miracolo, forse è un caso aver salvato la vallata con la complicità della Natura che a volte sembra rifiutare qualsiasi intervento, quanto più esso sia elaborato e non essenziale.

A suo tempo la destinazione di quell’area a Ospedale psichiatrico e annessi è stata un atto di “pietas” ma anche un sopruso, che ha coinvolto in un’aura di tristezza uno dei più bei paesaggi toscani.

I senesi conserveranno diligentemente quanto è memoria e testimonianza, ma cancelleranno l’atmosfera kafkiana, claustrofobica su cui gravano ancora gli effetti di

un imprecisato regno del terrore vigente nel passato.

Ho letto i programmi del Circolo La Pergola, mirati a inventare un parco in cui l’uomo si renderà civilmente conto di vivere in un ambiente privilegiato in un eden ricco e povero nello stesso tempo.

L’angosciosa archeologia ospedaliera non sarà più disperante, la Vallata degli orti verrà restituita ai cittadini che la innerveranno attraverso percorsi culturali per cancellare con ore distensive un passato persecutorio.

Il delirio che in questi luoghi ha abitato suggerendo, nel suo significato letterale, etimologico, l’immagine dell’uscire dal seminato, e ha per anni richiamato la metafora del campo che si trasforma in selva, ora rivelerà il percorso inverso nella trasformazione dalla selva in campo, del disordine in ordine.

Il cupo Conolly, opera dell’architetto Azzurri, esempio di architettura segregante, rimarrà giustamente come testimonianza di terapia necessaria ma devastante. Costruito nel 1877, resta l’unica realizzazione ospedaliera in Italia del progetto di pedagogia e controllo sociale teorizzato dall’utilitarista inglese Jeremy Bentham nel1791 con il nome di panopticon. La struttura, rarità architettonica a livello internazionale, dava la diabolica possibilità di controllare separatamente i degenti ventiquattro ore su ventiquattro: una sorta di “Grande fratello” ante litteram.

Purtroppo è stata distrutta, per una inspiegabile disattenzione delle autorità responsabili, quella fabbrica di confortanti illusioni che è il teatro, mi dicono una delle più affidabili terapie con un passato addirittura non solo scientifico ma letterario.

Non so, né lo potrei, giudicare la necessarietà funzionale dell’intero complesso e di quegli inserti pregiudizievoli alla qualità del paesaggio, ma ora che il loro vuoto allucinatorio avrà vita nuova e diversa, convengo che rimanga documento di un passato angosciante da resuscitarsi a luogo di delizia e di piacere per coltivarvi i prodotti della terra ma anche cultura e otium. Sarà tappa significativa dell’evoluzione da una vie sauvage, col suo carico di passioni, fantasie, credenze, deliri, sofferenza e sopruso, ad approdi sereni.

Operare per la sopravvivenza di quanto creato dalla genialità dell’uomo o donato dalla Natura benigna soddisfa anche l’esigenza di migliorare se stessi.

Il FAI, il cui credo è consegnare il passato al futuro, chiede di non rimanere estraneo a questa impresa, diffondendone progetti e piani nella giornata FAI di primavera 2001 (18 marzo dalle ore 10 alle 17 ) – sempre di risonanza nazionale – perché tutta l’Italia segua questo esemplare recupero ­architettonico e morale, in quanto memoria di un caparbio tentativo di penetrare i misteriosi enigmi della mente umana.

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