Il panopticon ai giorni nostri

Il panopticon ai giorni nostri

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Storie di inciampo

Storie di inciampo

Stanno per uscire a giorni in libreria alcuni lavori che raccontano storie vissute nei manicomi.

Vorrei citarne tre: il primo, firmato da Vincenzo Coli e Maurizio Gigli, “Voci dal silenzio”, dovrebbe essere presentato entro febbraio, poi “Il villaggio delle anime perse”, del sottoscritto, che raccoglie ventidue storie del San Niccolò, illustrate dalle bellissime tavole disegnate da Riccardo Manganelli. Le storie sono già comparse sulle colonne di Siena News e sarà in libreria entro il mese di marzo. Infine ricordo un altro testo, quello di Alessandra Cotoloni “Il diario di pietra” che racconta la storia di Fernando Nannetti, il paziente di Volterra che nel corso del suo ricovero istoriò le pareti di quel luogo con una sorta di cosmografia fantastica da lui ideata. È anche possibile che ne stia trascurando qualche altro, a testimonianza di un rinascente interesse per la vecchia Psichiatria manicomiale.

Credo che le motivazioni che spingono diversi autori a scrivere su tale argomento, rispolverando a volte storie vecchissime ed ambienti come quelli degli ex manicomi ormai dismessi (qualche volta riciclati, qualche volta tenuti in un colpevole abbandono), siano di vario tipo: interessi storici, riflessioni più specialistiche sulla storia della medicina e in particolare su quella della Psichiatria, la voglia di raccontare vite fino ad ora nascoste ed ignorate. Qui a Siena non è certamente secondario il fatto che il 2018 presenta un formidabile incrocio di date: il bicentenario della fondazione del San Niccolò, i quarant’anni della legge Basaglia, il quasi ventennale (lo sarà nel 2019) della definitiva chiusura del manicomio. Tanto è vero che alcune presentazioni dei libri sopra ricordati rientrano nelle manifestazioni che il Comune nell’ambito di “Siena Citta Aperta” ha organizzato per celebrare il bicentenario.

Ma forse, soprattutto, prevale in tutti questi lavori una motivazione etica e restitutiva.

Lo dice benissimo, per esempio, Coli nella sua introduzione: “È il racconto di uomini e donne verghianamente “vinti” e costretti – alla lettera – a scomparire, a perdere perfino il diritto alla pietà del mondo di fuori. Noi questo diritto lo restituiamo con lo strumento disarmato e tuttavia vincente della narrazione. Per quel che può servire.”

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Non ci siamo scoraggiati di quella realistica riflessione : “per quel che può servire”, e in diversi abbiamo sentito questa spinta riparativa verso un’umanità che è scomparsa agli occhi del mondo e che non  ha avuto  quasi mai neppure il riconoscimento delle sofferenze patite. Con la convinzione che soprattutto il racconto delle loro vicende di vita, a volte banali, a volte invece romanzesche, sia uno dei modi più diretti di rappresentare quelle sofferenze. Non voglio negare l’importanza di altre impostazioni di ricerca e di studio. Tutto serve a capire meglio, adesso che un po’ di tempo è passato, il senso di quell’universo complesso che fu il mondo della Psichiatria manicomiale. Troppo spesso negli anni passati il tema è stato liquidato o con giudizi sommari, spesso gli stessi che servirono a sostenere la lotta antiistituzionale, o all’opposto con santificazioni del tutto improprie.

Come spesso succede quando si spengono i fuochi, le situazioni appaiono meno nette, più complicate e quella complessità va investigata e raccontata in un modo che sia rigoroso ma anche accattivante. Farlo raccontando le storie ci fa capire alcune cose, ma certo non tutto. È arrivato il momento di studiare e di capire, sfruttando gli enormi archivi che abbiamo a disposizione e che rappresentano spesso vere e proprie miniere di dati.

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Nei giorni recenti di celebrazione della Shoà, si è parlato spesso di pietre d’inciampo. Sono quei cubetti di pietra che vengono installati secondo un’idea, geniale, dell’artista tedesco Gunter Demnig e che hanno su una faccia il nome di qualche deportato di cui non esiste neppure una tomba. Se ne trovano sempre più spesso in Europa ma anche in America Latina, a ricordo dei “desaparecidos” di tutte le latitudini. Sono posizionate davanti alle abitazioni degli scomparsi, riportano nome, cognome, data e luogo di scomparsa. Vengono piazzati in non perfetto allineamento col piano della strada e rischiano di essere davvero un inciampo per chi non le nota. Ma quell’inciampo, se avviene, servirà finalmente a ricordare il nome di uno sconosciuto, magari a incuriosire ed a svegliare l’interesse su quella persona.

Allora, con le dovute proporzioni, credo che la nostra aspirazione sia quella di scrivere “storie d’inciampo”. Del resto la vicinanza con gli ebrei deportati e con i campi di sterminio è meno peregrina di quanto si possa pensare. Basta ricordare che il nazismo ideò un progetto specifico di sterminio o sterilizzazione dei pazienti psichiatrici, ebrei e non. Si chiamò Aktion T4 e rappresentò il punto più basso e abominevole di una Psichiatria asservita al potere, che abdicando al suo ruolo terapeutico, si limitava a indicare quali soggetti dovevano essere sterminati e quali “solo” sterilizzati in nome della purezza della razza.

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aktion T4: alcuni sono nati solo per essere un peso

Quindi vogliamo creare, con le storie che raccontiamo, un inciampo, solo metaforico, ma che allo stesso modo serva a svegliare curiosità e memoria di chi ha spesso voltato il capo dall’altra parte, ignorando così un’umanità che è stata dimenticata quando ancora era in vita. Un certo senso colpa ci guida nel cercare di riparare agli enormi torti che tanti hanno subito, con la speranza di coinvolgere in tale operazione quanti leggeranno questi lavori.

Consapevoli certamente del fatto che il debito accumulato da parte di tutti noi nei confronti di quei “vinti” rimarrà inestinguibile. Ma non possiamo non farlo, coscienti che anche se poco, questo sforzo è dovuto ed a qualcosa servirà.

4 – Bion, la psicoanalisi ed i gruppi

 

Nella grande sala, quella delle riunioni plenarie, quel giorno erano almeno in duecento, tutti militari, ma tutti con vestiti civili. C’era un brusio confuso, piccoli gruppi parlavano tra sé, altri in silenzio sembravano aspettare, qualcuno aveva lo sguardo assente e lontano. Insomma quella benedetta riunione proprio non andava avanti. Il dottor Bion, a cui era affidata la conduzione, era sempre più preoccupato per come andavano le cose ma per paradosso sempre più convinto delle sue teorie. Era diventato responsabile di quell’ospedale da poco. Aveva trovato una situazione di grande passività e dipendenza. Quelle persone erano tutti militari che accusavano sintomi di tipo psichiatrico ed erano lì per ricevere una cura ed una valutazione che decidesse se dovevano tornare in battaglia oppure potevano tornare a casa. Al giorno d’oggi molti dei loro malanni si sarebbero chiamati “disturbo post traumatico da stress”, ma allora questa categoria diagnostica ancora non c’era e ci si accontentava di distinguere i simulatori dai malati veri. Ci troviamo infatti nel dicembre del 1942 al Northfield Hospital, vicino a Birmingham, la guerra sta forse per cambiare verso a favore delle truppe alleate, ma c’è ancora molto bisogno di soldati da mandare al fronte. La responsabilità di portare avanti quell’ospedale era stata data a lui, giovane psichiatra di 45 anni, ma che poteva far valere a suo favore una grande esperienza militare e questo probabilmente lo aveva fatto preferire ad altri. Infatti aveva già combattuto nella 1° guerra mondiale, meritandosi anche una promozione sul campo al grado di capitano, e poi, nel 1940, era stato richiamato come tenente medico. E quindi chi meglio di lui, specialista in Psichiatria, ed esperto della vita militare poteva condurre quell’esperienza a buon fine? Continua a leggere

3 – Melania Klein: ovvero il mondo interno

Che strana stanza di analisi era quella! Si trattava di un locale molto grande con annessa cucina e bagno, usato di solito dal gruppo locale delle Giovani Esploratrici. Era piena di quadri, libri, trofei ed alle pareti erano appese diverse carte geografiche, non solo dei dintorni, ma del mondo intero. Mancava una sala di aspetto e, insomma, tutto sembrava meno quello cui doveva servire. Anche la coppia di persone che lì s’incontravano una volta al giorno, per circa cinquanta minuti, poteva sembrare male assortita. Da una parte abbiamo, infatti, una vecchia signora di circa 60 anni con un’aria severa e professionale, anche se il suo viso grassoccio ogni tanto è attraversato da larghi sorrisi (per rappresentarcela meglio, oggi, si potrebbe dire che ha una lieve somiglianza con la poetessa Alda Merini). Dall’altra invece un bambino, Richard, di quasi dieci anni. Lui è un ragazzino sempre impaurito degli altri, terrorizzato dall’idea di uscire da casa e questo gli impedisce di frequentare la scuola ormai da quasi due anni, nonostante sia precoce e dotato.

A metterli in contatto quei due, capitati in quello stesso paesino per puro caso, è stata una comune conoscente la quale, sapendo che nella casa vicina alla sua si trovava quella signora famosa il cui lavoro è parlare con i bambini un po’ strani, li ha fatti conoscere.

Siamo nell’aprile del 1941 a Pitlochry, piccolo borgo delle Highlands centrali, nel Nord della Scozia. Entrambi i protagonisti sono sfollati da Londra. La guerra è in un momento difficile per l’Inghilterra e molti temono, anche se la speranza di battere il Nazismo è ancora forte, che possa finir male, anche per i tremendi bombardamenti a cui la capitale è sottoposta. Chi può se ne allontana.

Quella mattina Richard era arrivato con qualche minuto di anticipo e così aveva incrociato un altro bambino che aveva la seduta prima di lui. Richard era il figlio più piccolo di una famiglia agiata di Londra, aveva padre, madre ed un fratello maggiore di diversi anni. Nella stanza la signora gli faceva trovare pastelli colorati per disegnare, piccoli giochi: una serie di modellini di navi, trenini ed altri pupazzi con cui inscenare giochi. Ma, quel mattino, la sua attenzione è attirata dalle carte geografiche che inevitabilmente lo riportano alle notizie della guerra. Commenta che era terribile quello che Hitler stava facendo, indica la Svizzera, dicendo che quel piccolo paese era come circondato dalla grande Germania, poi nota anche il piccolo Portogallo che era amico e neutrale. Poi dice che teme che ci possa essere una collisione tra il Sole e la Terra e che questo possa provocare una grande catastrofe. La vecchia signora, dopo averlo ascoltato, gli parla e dice che la Terra è la mamma e quello scontro che lui teme rappresenta forse qualcosa che avviene tra i suoi genitori, qualcosa che lui teme come catastrofico e che potrebbe distruggere tutti i bambini che si venissero a trovare lì in mezzo. La seduta va avanti così e nel loro parlare compaiono via via anche Paul, il fratello di Richard, Bobby il suo cane, il bambino incontrato all’ingresso della stanza di analisi. Poi emerge la paura di un vagabondo che potrebbe aggredirlo insieme alla mamma, come una volta, quando lui ancora non era nato, era già successo. La vecchia signora, con il suo eccezionale intuito clinico, interpreta quasi ogni cosa che il bambino dice e lui a volte è colpito da quelle parole, a volte invece è in disaccordo e così il discorso tra loro va avanti.

Comincia così una delle più memorabili terapie della storia della psicoanalisi. Per mezzo di quelle sedute la Klein preciserà meglio alcune delle sue teorie più note e ne ricaverà uno dei libri più apprezzati che uscirà postumo (nel 1961), un anno dopo la sua morte, e porterà il titolo “Analisi di un bambino”. Nel corso di quella terapia che fin dall’inizio si sapeva non sarebbe potuta durare a lungo per via della precarietà della situazione (la Klein tornerà a Londra quattro mesi dopo) Richard produrrà giochi e disegni. Anche su quelli la Klein farà le sue interpretazioni, dando significato ai colori da lui usati e alle forme disegnate, o ai giochi messi in atto. Alla fine Richard tornerà anche lui a Londra migliorato ed in grado di riprendere la scuola. Il caso vuole che di lui e della sua vita, da adulto, si sappia molto e quello che conosciamo ce lo racconta come una persona realizzata e completa, certamente non per i quattro mesi di terapia con la Klein, che al più gli hanno dato un aiuto a superare un momento di impasse.

 

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Melanie Klein

Nel preparare questa rubrica ho sempre cercato di legare in qualche modo le vicende di vita dei vari autori al loro lavoro teorico, convinto come sono che esista sempre un legame forte tra queste due cose.

Nel caso della Klein questo mi ha portato a riflettere sulla forza di questa donna.

Infatti – mi chiedo – cosa vi potreste ragionevolmente aspettare da una donna che ha vissuto una vita difficile e costellata di lutti e disgrazie? Appesantita da un rapporto pessimo con una mamma impicciona, intrusiva e prepotente; rattristata in giovane età dalla perdita del fratello amatissimo (morto di morte naturale, ma il dubbio di un suicidio non è mai stato del tutto fugato); che si sposa e mette al mondo tre figli rinunciando però, per il carico familiare, agli studi universitari di medicina che poi mai più riprenderà; matrimonio che dopo pochi anni va in pezzi provocando una separazione. Una donna che vive in un periodo storico e sociale travagliatissimo che la costringe a cambiare spesso (almeno tre o quattro volte) città, paese, lingua. Che nella nuova, strana (e sconosciuta ai più, in quel periodo) carriera che intraprende, trova un fiero contrasto alle sue idee proprio da parte del caposcuola, perché i suoi scritti suscitano spesso sconcerto e riprovazione. Che perde per un incidente di montagna uno dei figli maschi, anche lui giovanissimo, mentre la figlia più grande, che sceglie la sua stessa professione, finisce per opporsi in una maniera quasi imbarazzante a lei ed alle sue posizioni, accusandola spesso di volerle male, tanto che mai si riconcilierà con lei neppure in punto di morte.

Che tipo di vita e di atteggiamento verso la stessa – mi chiedevo – ci si può aspettare da una vicenda esistenziale così complicata e difficile? L’ipotesi più semplice sarebbe quella di pensare a momenti di depressione e scoraggiamento (ed in verità ci sono stati, tanto che proprio per curare uno di questi incontrerà la psicoanalisi), magari alternati a qualche deragliamento paranoico basato su una sfiducia “basica” verso la possibilità di buoni rapporti con gli altri. Ipotesi molto più credibili di quello che è stata la sua vita.

Questa donna, infatti, ha saputo reagire e vivere per le sue idee, per il suo lavoro che le ha permesso di creare un corpus dottrinale divenuto una delle pietre miliari nello studio della mente e in particolare di quella del bambino. Tratteggiata in poche righe e con tutte le inesattezze che una simile sintesi si porta dentro, è questa la vita di Melania Reizes, ma da tutti più conosciuta con il cognome Klein, acquisito da sposata, a cui non rinunciò mai, neppure dopo la separazione dal marito August Klein.

Nelle poche righe precedenti ho cercato di raccontare la figura di una donna di grande tempra che, lungi dal farsi abbattere dalle avverse vicende, trova la forza di intraprendere un’impresa intellettuale che trova pochi eguali. Questa storia ci spiega forse anche perché la sua visione della mente è così piena di contrasti a tinte forti: odio e amore, invidia e riparazione sono termini che ricorrono spesso nei suoi scritti e di cui anche la sua vita è stata impastata nelle aree principali: famiglia, lavoro, studio.

Con lei la psicoanalisi si inoltra nello studio della mente infantile. Anche Freud se ne era interessato ma da un punto di vista più teorico. Con lei invece si cominciano a raccogliere dati clinici al proposito. L’impostazione teorica dedicata ai bambini le permette in realtà di offrire spunti di riflessione anche per la patologia psicotica degli adulti, settore che il Maestro riteneva scarsamente curabile con la sua psicoanalisi, rivolta principalmente   ai nevrotici.

Sto per addentrarmi in un’area difficile da descrivere, nella quale sarà complicato trovare parole semplici: la descrizione della mente infantile e dei suoi meccanismi secondo la Klein. Ci provo.

L’autrice sostiene che il bambino sviluppa la propria dotazione mentale attraverso sensazioni primordiali che ci possiamo rappresentare con qualche difficoltà. Il processo parte da una percezione della realtà che nel neonato, vista la non ancora completa maturazione degli organi percettivi, può solo essere parziale. Si può pensare che le sue prime sensazioni facciano riferimento alla “cosa” che lo nutre (difficile pensare che il neonato possa avere fin dall’inizio l’idea di un’altra persona nella sua interezza), e diventa già un traguardo per lui capire che quella cosa (che sia un seno o un biberon) in realtà non fa parte di lui stesso, che si tratta cioè di un’altra persona. Acquisita così la differenza tra l’io ed il non io, il passo successivo sta nel comprendere, con delusione, che il seno (l’oggetto parziale, nel gergo kleiniano) non è sempre a sua disposizione.

È così che, nella visione kleiniana, la mente nasce e si sviluppa, attraverso l’alternanza di presenza e assenza che coincide con il sentirsi appagato o affamato, pieno o vuoto. Questa percezione viscerale diventa presto un’alternanza emotiva di piacere e dolore e poi di amore per la parte buona e di odio per la parte dolorosa che è in sostanza la parte vuota, la parte assente dell’esperienza vitale. La Klein ipotizza una situazione che si complica ancor più quando, secondo lei, la mente del bambino comincia a provare emozioni contrastanti, anche aggressive ed invidiose verso la parte buona del seno, attaccandola con le sue fantasie fortemente distruttive.

È in questa fase che la Klein arriva a concepire un edipo precoce che colloca alla fine del primo anno di vita. Il rendere così precoce quel conflitto significa necessariamente ipotizzarlo e caratterizzarlo per mezzo di visioni arcaiche, primitive e feroci. Una mente appena nata, infatti, non può essere capace di visioni fini o modulabili.  Vorrei citare, a tal proposito, le parole di una delle sue migliori allieve, la Riviere, che descrivono bene quest’universo infantile feroce e primitivo: “Arti che calpestano, colpiscono e scalciano; labbra, dita, mani che succhiano, ritorcono, pizzicano; denti che mordono, rodono, strappano, tagliano; bocca che divora, inghiotte ed uccide; occhi che uccidono con uno sguardo, forano, penetrano; fiato e bocca che feriscono con il loro rumore, come già sanno bene le sensibili orecchie del bambino. Si può supporre che l’infante di pochi mesi di età abbia non soltanto la sensazione di esser lui a compiere questi atti, ma anche una sorta di idea di stare facendolo”.

Però intorno a questo nucleo primitivo e parziale dell’esperienza si articola la costruzione di una visione via via più completa delle persone e delle cose. Si vengono così a costituire nel corso del tempo una serie di immagini interiori (di oggetti interni, così li chiama) che rappresentano l’effigie interna (priva cioè di ogni oggettività, non è certo una fotografia!) che il bambino si è costruito di loro, del loro comportamento, delle interazioni avute con loro. Gli oggetti interni non sono altro che l’immagine interiore della relazione che il bambino è riuscito a creare con quella persona. Ognuno di noi attraverso questo complesso procedimento si costruisce un vero e proprio teatro interiore popolato di personaggi. Dalla qualità e quantità delle immagini che abitano il mondo interno dipende molto del carattere e della personalità del soggetto che le possiede.

La Klein parte quindi da alcune acquisizioni di Freud: una parte della mente è inconscia, sconosciuta ma agente; tutto si muove e inizia su quel sottile confine che unisce e separa allo stesso tempo il corporeo e il mentale primitivo, ma in qualche modo se ne distacca percorrendo strade diverse e più ardite. Si potrebbe dire che qui, come origine della vita mentale, ci sono ancora le pulsioni ma queste sono ormai saldamente agganciate alle relazioni. Così la visione dell’uomo si indirizza verso quella di un animale sociale, fortemente condizionato in parte dalle sue pulsioni, ma forse ancor di più dagli incontri che fa nel corso dei primi anni di vita.

È questo che le fa dire che rispetto alla cronologia freudiana tutto è più anticipato e profondo: Freud collocava la maturazione edipica intorno alla fine del quarto anno, lei invece ritiene che già alla fine del primo il bambino affronta l’edipo. E l’affronta con i suoi pensieri primitivi e assoluti.

Su questo tema nacque il contrasto con Freud, meglio con i Freud. Infatti la disputa in realtà fu gestita soprattutto dalla figlia, Anna. Questa, naturale e tenace custode delle idee paterne, anche lei interessata ai bambini, non accettò mai questa visione così estrema dell’infanzia sostenendo al proposito una teoria meno “spinta” in cui certe acquisizioni sono più tarde e forse meno “drammatiche”. Ma la Klein, di cui abbiamo già conosciuto la forte personalità, non si piegò mai. Questa diatriba si era trasferita già prima della 2a guerra mondiale in Inghilterra insieme a tutti coloro che furono costretti a lasciare la Germania e l’Austria per le persecuzioni razziali.  Impegnò la locale Società di Psicoanalisi, in quelle che si chiamarono “le Discussioni Controverse”. Fu l’occasione in cui, per diversi mesi, si affrontarono, in incontri periodici programmati a tal uopo, le teorie contrapposte, sostenute ed interpretate dalle “squadre” che al proposito si erano formate. Fino a ché molti degli interpreti di quelle discussioni preferirono varcare l’Oceano e trapiantarsi in America e tra queste anche Anna Freud che, pur non trasferendosi mai stabilmente negli USA, ebbe grande influenza sulla psicoanalisi americana, lasciando così campo più libero alla Klein, il cui peso sulla scuola inglese è stato forte e si mantiene tutt’ora.

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Anna Freud

Vorrei segnalare, per dare uno spunto di attualità, come in alcuni suoi scritti la Klein svolga considerazioni di ordine criminologico. Mi è capitato di ripensarci in questo tempo in cui si legge di uccisioni efferate o di altri simili delitti. Queste stragi potrebbero far pensare che quell’argine morale che Freud aveva assegnato al Super io, non si sia sviluppato o sia del tutto insufficiente. La riflessione kleiniana rafforza e motiva tale ipotesi. Non è che queste persone non hanno il Super io, in realtà se ne portano dentro uno così primitivo, poco sviluppato e per questo feroce che “l’individuo [per difendersi dai suoi attacchi, N.d.R.] può sentirsi spinto a distruggere persone – queste sono le sue testuali parole – e questa spinta coattiva può costituire la base dello sviluppo o di un comportamento di tipo criminale o di una psicosi.

Vorrei chiudere con le parole di Fairbairn, psicoanalista scozzese, che sintetizza in maniera mirabile le differenze tra Freud e Klein: l’attività primaria dell’Io non è (come dice Freud) la ricerca del piacere guidata dalle pulsioni, bensì (come comincia a dire la Klein) la ricerca dell’oggetto, cioè degli altri, di relazioni, di socialità.

La psicoanalisi con lei, quindi, si sta incamminando sulla strada della relazionalità.

2 – Freud, scoperte e invenzioni

Se questo racconto fosse un film, comincerebbe stringendo l’inquadratura sul viso serio, austero e pensoso di un giovane uomo di un’età tra i trenta e i quaranta. La barba e i baffi neri e rigogliosi gli danno un’aria grave, il volto, leggermente appesantito, è diverso da quello più affilato con cui lo conosceremo più vecchio, quando sarà ormai diventato famoso. Lo vediamo scendere, meditando, le poche scale che separano la sua abitazione dallo studio situato al piano terra dello stesso stabile. Ci troviamo nella Vienna di fine Ottocento, la rigida atmosfera vittoriana comincia a mostrare qualche crepa, la città è ricca di nuovi fermenti culturali. Il nostro protagonista è un neurologo, molto interessato alla professione ed ai suoi ultimi sviluppi. Anche quella mattina, come gli capita da tempo, sta cercando il coraggio di provare una modifica della tecnica che di solito usa specialmente con le sue giovani pazienti, quasi tutte affette da quella nuova malattia che si chiama “isteria”.

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Ormai, infatti, ha notato che il metodo ipnotico con l’imposizione di una mano sulla fronte della paziente, procedimento con cui spesso dava inizio alle sue visite, forse non serve. Chissà – ha pure pensato – anche il metodo suggestivo che si basava sul ripetere con voce tranquilla una serie di formule, sempre con lo scopo di far parlare la paziente, in piena fiducia, delle sue pene, potrebbe essere abbandonato. Entrambe le metodiche lo facevano ripensare ai sei mesi passati a Parigi qualche anno prima a studiare da Charcot ed alle lezioni alla Salpêtrière di quel professore francese, autorità assoluta in quel tempo.

Lui aveva cominciato con la Neurologia, poi si era fatto quasi irretire da questa nuova patologia che stava emergendo in quella “fin de siecle”: l’isteria. Si trattava in maggioranza di giovani donne che manifestavano paresi motorie o altre strane, intermittenti, patologie che sembravano contraddire tutte le nozioni di anatomia nervosa e che si giovavano di approcci terapeutici diversi e nuovi.

Qualcosa però nell’approccio di Charcot, con quelle lezioni così spettacolarizzate (dove spesso metteva insieme epilettiche e isteriche), non lo convinceva e così aveva cominciato, tornato a Vienna, a pensare a cosa cambiare.

Si era ormai convinto, parlando anche con altri colleghi che seguivano quel metodo, che il fulcro della terapia fosse quel parlare, quel raccontare che permetteva alla paziente di esprimersi liberamente come non mai. Qualcuno già l’aveva battezzata la “talking cure”, la cura di parole. Forse – questa sempre più spesso era la sua riflessione – si poteva lasciar perdere tutto quel ciarpame iniziale. Il giovane medico con la barba, quel mattino scendendo in studio, così rimuginava: la paziente, in quella posizione quasi distesa sul divano dello studio, è già portata al rilassamento e forse mi posso limitare a invitarla a parlare liberamente di tutto quello che le viene in testa.

La decisione era presa, quel giorno con Anna, la prima paziente della giornata, avrebbe provato con quel metodo, quasi disincarnato, dove spariva anche l’ultimo contatto fisico. Si era finalmente convinto che l’importante fosse esaltare la funzione importantissima dell’ascolto, il semplice ma attento ascolto di una persona che, parlando, raccontava le sue cose più segrete.

Non sappiamo in quale giorno, con precisione, si svolse questa scena che ho romanzato.

È certo che siamo negli ultimi anni dell’Ottocento, con ogni probabilità in un periodo che va dal 1891 al 1896, a Vienna, e quello studio medico (questo sì è sicuro), da poco inaugurato, si trovava in Berggasse 19, una piccola strada in una zona allora abitata da giovani professionisti emergenti e ambiziosi, appena fuori dal Ring, studio che oggi è diventato un frequentatissimo museo.

Infatti in quel luogo ed in quel giorno sconosciuto viene inventata la psicoanalisi.

Alcune cose si scoprono, altre si inventano. Può sembrare una distinzione capziosa, ma vi invito a rifletterci attraverso alcuni esempi. Colombo scopre le Americhe (anche se pensa di essere arrivato in India) il 12 di ottobre del 1492, invece il 3 settembre del 1928 accade a Fleming di scoprire il potere antibiotico di alcuni funghi. La natura era lì, da sempre, ad attendere che qualcuno la scoprisse, che fossero le Americhe o il potere terapeutico di alcuni funghi.

Diversamente avviene quando qualcuno inventa qualcosa.

La psicoanalisi, dunque, non fu scoperta, ma inventata da Freud e sappiamo che il lasso di tempo che fu necessario, va misurato in anni. Ce ne vollero almeno cinque, forse sei, perché Freud la mettesse a punto, dal 1890 al 1896. In quest’anno, infatti, usa per la prima volta il termine “psicoanalisi” in un lavoro pubblicato in francese.

Questa “invenzione” ha, per sempre, cambiato il mondo.

Pensate che esageri? Allora vorrei far notare che, in un mondo come l’attuale che “macina” mode e parole ad un ritmo quasi giornaliero, nel nostro vocabolario, ad oltre un secolo di distanza, resistono ancora molti dei vocaboli da lui “lanciati”: inconscio, rimozione, super-io, transfert, edipo. Tutti, più o meno a proposito, citiamo ed usiamo ancora questi termini.

Nella estrema sintesi che sarò costretto a fare del suo pensiero, vorrei tentare di ricordare alcune delle cose che Freud lascia in eredità a tutti noi.

La prima è la piena valorizzazione dell’inconscio, il rendersi conto cioè che una buona parte della nostra vita mentale avviene senza che ne abbiamo piena coscienza.  Si può percepire, sentire, ricordare, agire, perfino decidere in maniera inconscia. Come ci possiamo rappresentare questa cosa, forse non immediatamente comprensibile? Con una metafora, immaginiamo un paesaggio notturno illuminato da un fascio di luce. Ciò che il faro illumina rappresenta l’esiguo campo della nostra coscienza, invece ciò che rimane al buio, ma che conserva tutta la sua realtà viva e operante, è la nostra parte inconscia. C’è qualcosa di copernicano in questa scoperta, come se l’uomo moderno, accorgendosi che il controllo completo della mente è solo un’illusione, fosse stato gettato in una posizione di minor padronanza di sé stesso. L’inconscio diventa in tal senso una fonte di imprevisti e sorprese, ma si potrebbe dire che è anche spesso la fonte della creatività.

Altra geniale elaborazione di Freud è il modello della mente che riesce a formulare in tanti anni di riflessioni ricavate dalla clinica. E’ un modello topografico che riconosce differenti zone al proprio interno. È come se Freud ci proponesse una sorta di cartina geografica della mente che si basa sull’Io, sull’Es ed il Super-Io. Su questa geografia Freud continuò a lavorare per tutta la vita. Ne produsse due modelli (quelle che in gergo si chiamano prima e seconda topica). I continenti di questa cartina sono disposti in un certo ordine, e pur essendo delle astrazioni, Freud tenta di darne una raffigurazione spaziale: l’io è al centro in una naturale posizione di mediatore tra la parte sottostante magmatica e inconscia denominata Es (coincidente in larga misura con l’inconscio pulsionale) e quella sovrastante che raduna e raccoglie le istanze morali racchiuse nel Super-io.

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la simpatica Jofi, la chow chow fedele compagna anche durante le sedute

La terza idea, che forse rappresenta il punto centrale della sua “weltanschauung” consiste nell’affermare che la mente nasce, si sviluppa e continua il suo funzionamento per stimolo delle pulsioni. Con questa parola si intende qualcosa di molto simile, ma non coincidente con gli istinti. È comunque qualcosa che ci riconnette alla nostra parte primitiva, più animale. Dalle pulsioni, nella sua visione, l’uomo è totalmente condizionato, spesso incapace di dominarle, a volte di loro del tutto succube. È una visione pessimista, un giudizio cupo della natura umana, dove la parte prevalente è aggressione e violenza.

Freud stabilisce che le pulsioni alla base della vita mentale sono di due tipi. La prima è la cosiddetta libido che contiene al suo interno la spinta sessuale, ma che comprende molto di più: l’atteggiamento positivo verso la vita, il mondo, gli altri, la conoscenza.

La seconda è invece la pulsione di morte che va vista come la volontà aggressiva di nuocere agli altri, di essere violenti fino ad uccidere ed uccidersi, una sorta di condanna alla guerra ed a un’inevitabile entropia.

Sul tema dell’istinto di morte, proposto dal fondatore, molti dibattiti si sono accesi all’interno del movimento psicoanalitico. Qualcuno si è ribellato a quest’idea che sembra mettere al primo posto i peggiori istinti dell’uomo. Altri autori sostengono di trovare addirittura incomprensibile questo concetto, altri ancora hanno cercato di dimostrare che lo sviluppo umano può connotarsi anche in altro modo.

In una fase sociale come l’attuale, a me pare, purtroppo, che non sia così difficile comprendere quell’ipotesi. Non scordiamo che Freud operò, negli ultimi anni della sua vita, in un periodo storico anche peggiore dell’odierno, caratterizzato dall’ascesa del Nazismo che lo costrinse, ormai vecchio e famoso, a fuggire in fretta e furia dalla sua Vienna, riparando a Londra, dove morì, per evitare le persecuzioni razziali. Certe fasi storiche non possono non far pensare al male come ad una bufera che gli uomini si portano dentro e che, in particolari condizioni, si scatena e li travolge.

Per Freud, allora, la civiltà consiste nel porre giusti limiti a questo mondo istintuale, costruendo una crosta difensiva che trattenga all’interno o regoli il flusso del magma emotivo e pulsionale che la natura ci ha dato. Quando questa scorza si mostra fragile, può capitare che ne erompa la malattia, il disturbo nevrotico, emergendo il flusso incandescente della vera natura umana.

Questo pensiero indirizzò anche la sua pratica clinica che lavorava sul senso di colpa. Quest’ultimo, naturale argine alle spinte istintuali, andava rinforzato, o reso meno severo, a seconda dei casi. La sua strategia terapeutica si adattò alla tipologia di pazienti che trattava più spesso: donne isteriche assillate da tematiche sessuali o uomini ossessivi imprigionati in una routine soffocante. Ma come vedremo, con il tempo e con il cambiare delle patologie si dimostrerà più difficile far leva solo sul senso di colpa per portare sollievo e comprensione a patologie mentali più profonde e gravi.

Non è possibile concludere queste note senza accennare al complesso di Edipo, la teorizzazione che Freud ha portato sulla scena della modernità e che racconta una delle tappe fondamentali dello sviluppo mentale. Molti sorridono, scettici, alla più nota versione del conflitto, quella sessualizzata in cui si narra di un bambino che vuole conquistare il genitore di sesso opposto e “far fuori” quello dello stesso sesso, che è il modo sintetico di raccontarlo. Ma Il conflitto, tra le tante cose che contiene, parla della delicata fase in cui comincia a diminuire il rapporto esclusivo, simbiotico, con la madre. È la fase in cui il bambino, dopo aver appreso la coppia (io e la mamma), capisce l’esistenza di un triangolo in cui compare il padre che insidia il suo potere. È ovvio che questo passaggio faccia nascere aggressività e rabbia, e nello stesso tempo diventi la palestra per imparare a tenere a freno questi sentimenti. Il piccolo, dopo, sarà capace di limitarsi e di dirigere le sue naturali ambizioni verso altre mete. Freud pone la fine di questo processo intorno alla fine del quarto anno di vita.

Due donne conversano intorno al tavolo, a fine pasto. La più giovane ha avuto un figlio da poco. Parlano delle metodiche di allattamento e la più vecchia ricorda come faceva lei ai suoi tempi, con orari precisi e prevedendo la possibilità di far piangere il piccolo. La giovane insorge, essendo sostenitrice dell’allattamento a richiesta, e zittisce l’altra dicendo che il tempo è passato e che adesso non si fa più così. Il tono è duro ed il sotto testo dice: adesso è il mio tempo di decidere come fare, la tua esperienza non conta più, lasciami in pace. La discussione finisce, le due si separano. La più vecchia rimane sola e con la sensazione di essere all’improvviso invecchiata di vent’anni.

È questa una scena ad alta gradazione edipica, dove la generazione giovane simbolicamente “uccide” quella precedente. L’edipo rappresenta pertanto una delle possibili modalità del passaggio generazionale e parlando anche del senso di esclusione, della rabbia che questa provoca, non può non avere un focolaio aggressivo. Con questa teorizzazione Freud ci ha insegnato a leggere le vicissitudini umane più complessive, non solo quelle familiari. Pensate a quante vicende politiche possono essere lette in base a questo schema: se non uccidi (metaforicamente e a volte non solo) chi è prima di te, non raggiungerai mai il potere.

Concludendo vorrei tornare al mito greco per eccellenza, all’Edipo Re. Edipo, Giocasta e Laio sono gli interpreti involontari di un modo tragico di vedere la paternità ed il passaggio generazionale, che si può attuare solo con una uccisione. Non è questo il solo modo o il solo mito, vedrete infatti come un altro grande della psicoanalisi (Kohut) scoverà, nel grande serbatoio della mitologia classica, sempre a proposito della paternità un diverso mito dal tono meno tragico, a testimonianza che la natura dell’uomo può essere vista e sentita anche in maniera diversa.

Andrea Friscelli

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