2 – Freud, scoperte e invenzioni

Se questo racconto fosse un film, comincerebbe stringendo l’inquadratura sul viso serio, austero e pensoso di un giovane uomo di un’età tra i trenta e i quaranta. La barba e i baffi neri e rigogliosi gli danno un’aria grave, il volto, leggermente appesantito, è diverso da quello più affilato con cui lo conosceremo più vecchio, quando sarà ormai diventato famoso. Lo vediamo scendere, meditando, le poche scale che separano la sua abitazione dallo studio situato al piano terra dello stesso stabile. Ci troviamo nella Vienna di fine Ottocento, la rigida atmosfera vittoriana comincia a mostrare qualche crepa, la città è ricca di nuovi fermenti culturali. Il nostro protagonista è un neurologo, molto interessato alla professione ed ai suoi ultimi sviluppi. Anche quella mattina, come gli capita da tempo, sta cercando il coraggio di provare una modifica della tecnica che di solito usa specialmente con le sue giovani pazienti, quasi tutte affette da quella nuova malattia che si chiama “isteria”.

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Ormai, infatti, ha notato che il metodo ipnotico con l’imposizione di una mano sulla fronte della paziente, procedimento con cui spesso dava inizio alle sue visite, forse non serve. Chissà – ha pure pensato – anche il metodo suggestivo che si basava sul ripetere con voce tranquilla una serie di formule, sempre con lo scopo di far parlare la paziente, in piena fiducia, delle sue pene, potrebbe essere abbandonato. Entrambe le metodiche lo facevano ripensare ai sei mesi passati a Parigi qualche anno prima a studiare da Charcot ed alle lezioni alla Salpêtrière di quel professore francese, autorità assoluta in quel tempo.

Lui aveva cominciato con la Neurologia, poi si era fatto quasi irretire da questa nuova patologia che stava emergendo in quella “fin de siecle”: l’isteria. Si trattava in maggioranza di giovani donne che manifestavano paresi motorie o altre strane, intermittenti, patologie che sembravano contraddire tutte le nozioni di anatomia nervosa e che si giovavano di approcci terapeutici diversi e nuovi.

Qualcosa però nell’approccio di Charcot, con quelle lezioni così spettacolarizzate (dove spesso metteva insieme epilettiche e isteriche), non lo convinceva e così aveva cominciato, tornato a Vienna, a pensare a cosa cambiare.

Si era ormai convinto, parlando anche con altri colleghi che seguivano quel metodo, che il fulcro della terapia fosse quel parlare, quel raccontare che permetteva alla paziente di esprimersi liberamente come non mai. Qualcuno già l’aveva battezzata la “talking cure”, la cura di parole. Forse – questa sempre più spesso era la sua riflessione – si poteva lasciar perdere tutto quel ciarpame iniziale. Il giovane medico con la barba, quel mattino scendendo in studio, così rimuginava: la paziente, in quella posizione quasi distesa sul divano dello studio, è già portata al rilassamento e forse mi posso limitare a invitarla a parlare liberamente di tutto quello che le viene in testa.

La decisione era presa, quel giorno con Anna, la prima paziente della giornata, avrebbe provato con quel metodo, quasi disincarnato, dove spariva anche l’ultimo contatto fisico. Si era finalmente convinto che l’importante fosse esaltare la funzione importantissima dell’ascolto, il semplice ma attento ascolto di una persona che, parlando, raccontava le sue cose più segrete.

Non sappiamo in quale giorno, con precisione, si svolse questa scena che ho romanzato.

È certo che siamo negli ultimi anni dell’Ottocento, con ogni probabilità in un periodo che va dal 1891 al 1896, a Vienna, e quello studio medico (questo sì è sicuro), da poco inaugurato, si trovava in Berggasse 19, una piccola strada in una zona allora abitata da giovani professionisti emergenti e ambiziosi, appena fuori dal Ring, studio che oggi è diventato un frequentatissimo museo.

Infatti in quel luogo ed in quel giorno sconosciuto viene inventata la psicoanalisi.

Alcune cose si scoprono, altre si inventano. Può sembrare una distinzione capziosa, ma vi invito a rifletterci attraverso alcuni esempi. Colombo scopre le Americhe (anche se pensa di essere arrivato in India) il 12 di ottobre del 1492, invece il 3 settembre del 1928 accade a Fleming di scoprire il potere antibiotico di alcuni funghi. La natura era lì, da sempre, ad attendere che qualcuno la scoprisse, che fossero le Americhe o il potere terapeutico di alcuni funghi.

Diversamente avviene quando qualcuno inventa qualcosa.

La psicoanalisi, dunque, non fu scoperta, ma inventata da Freud e sappiamo che il lasso di tempo che fu necessario, va misurato in anni. Ce ne vollero almeno cinque, forse sei, perché Freud la mettesse a punto, dal 1890 al 1896. In quest’anno, infatti, usa per la prima volta il termine “psicoanalisi” in un lavoro pubblicato in francese.

Questa “invenzione” ha, per sempre, cambiato il mondo.

Pensate che esageri? Allora vorrei far notare che, in un mondo come l’attuale che “macina” mode e parole ad un ritmo quasi giornaliero, nel nostro vocabolario, ad oltre un secolo di distanza, resistono ancora molti dei vocaboli da lui “lanciati”: inconscio, rimozione, super-io, transfert, edipo. Tutti, più o meno a proposito, citiamo ed usiamo ancora questi termini.

Nella estrema sintesi che sarò costretto a fare del suo pensiero, vorrei tentare di ricordare alcune delle cose che Freud lascia in eredità a tutti noi.

La prima è la piena valorizzazione dell’inconscio, il rendersi conto cioè che una buona parte della nostra vita mentale avviene senza che ne abbiamo piena coscienza.  Si può percepire, sentire, ricordare, agire, perfino decidere in maniera inconscia. Come ci possiamo rappresentare questa cosa, forse non immediatamente comprensibile? Con una metafora, immaginiamo un paesaggio notturno illuminato da un fascio di luce. Ciò che il faro illumina rappresenta l’esiguo campo della nostra coscienza, invece ciò che rimane al buio, ma che conserva tutta la sua realtà viva e operante, è la nostra parte inconscia. C’è qualcosa di copernicano in questa scoperta, come se l’uomo moderno, accorgendosi che il controllo completo della mente è solo un’illusione, fosse stato gettato in una posizione di minor padronanza di sé stesso. L’inconscio diventa in tal senso una fonte di imprevisti e sorprese, ma si potrebbe dire che è anche spesso la fonte della creatività.

Altra geniale elaborazione di Freud è il modello della mente che riesce a formulare in tanti anni di riflessioni ricavate dalla clinica. E’ un modello topografico che riconosce differenti zone al proprio interno. È come se Freud ci proponesse una sorta di cartina geografica della mente che si basa sull’Io, sull’Es ed il Super-Io. Su questa geografia Freud continuò a lavorare per tutta la vita. Ne produsse due modelli (quelle che in gergo si chiamano prima e seconda topica). I continenti di questa cartina sono disposti in un certo ordine, e pur essendo delle astrazioni, Freud tenta di darne una raffigurazione spaziale: l’io è al centro in una naturale posizione di mediatore tra la parte sottostante magmatica e inconscia denominata Es (coincidente in larga misura con l’inconscio pulsionale) e quella sovrastante che raduna e raccoglie le istanze morali racchiuse nel Super-io.

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la simpatica Jofi, la chow chow fedele compagna anche durante le sedute

La terza idea, che forse rappresenta il punto centrale della sua “weltanschauung” consiste nell’affermare che la mente nasce, si sviluppa e continua il suo funzionamento per stimolo delle pulsioni. Con questa parola si intende qualcosa di molto simile, ma non coincidente con gli istinti. È comunque qualcosa che ci riconnette alla nostra parte primitiva, più animale. Dalle pulsioni, nella sua visione, l’uomo è totalmente condizionato, spesso incapace di dominarle, a volte di loro del tutto succube. È una visione pessimista, un giudizio cupo della natura umana, dove la parte prevalente è aggressione e violenza.

Freud stabilisce che le pulsioni alla base della vita mentale sono di due tipi. La prima è la cosiddetta libido che contiene al suo interno la spinta sessuale, ma che comprende molto di più: l’atteggiamento positivo verso la vita, il mondo, gli altri, la conoscenza.

La seconda è invece la pulsione di morte che va vista come la volontà aggressiva di nuocere agli altri, di essere violenti fino ad uccidere ed uccidersi, una sorta di condanna alla guerra ed a un’inevitabile entropia.

Sul tema dell’istinto di morte, proposto dal fondatore, molti dibattiti si sono accesi all’interno del movimento psicoanalitico. Qualcuno si è ribellato a quest’idea che sembra mettere al primo posto i peggiori istinti dell’uomo. Altri autori sostengono di trovare addirittura incomprensibile questo concetto, altri ancora hanno cercato di dimostrare che lo sviluppo umano può connotarsi anche in altro modo.

In una fase sociale come l’attuale, a me pare, purtroppo, che non sia così difficile comprendere quell’ipotesi. Non scordiamo che Freud operò, negli ultimi anni della sua vita, in un periodo storico anche peggiore dell’odierno, caratterizzato dall’ascesa del Nazismo che lo costrinse, ormai vecchio e famoso, a fuggire in fretta e furia dalla sua Vienna, riparando a Londra, dove morì, per evitare le persecuzioni razziali. Certe fasi storiche non possono non far pensare al male come ad una bufera che gli uomini si portano dentro e che, in particolari condizioni, si scatena e li travolge.

Per Freud, allora, la civiltà consiste nel porre giusti limiti a questo mondo istintuale, costruendo una crosta difensiva che trattenga all’interno o regoli il flusso del magma emotivo e pulsionale che la natura ci ha dato. Quando questa scorza si mostra fragile, può capitare che ne erompa la malattia, il disturbo nevrotico, emergendo il flusso incandescente della vera natura umana.

Questo pensiero indirizzò anche la sua pratica clinica che lavorava sul senso di colpa. Quest’ultimo, naturale argine alle spinte istintuali, andava rinforzato, o reso meno severo, a seconda dei casi. La sua strategia terapeutica si adattò alla tipologia di pazienti che trattava più spesso: donne isteriche assillate da tematiche sessuali o uomini ossessivi imprigionati in una routine soffocante. Ma come vedremo, con il tempo e con il cambiare delle patologie si dimostrerà più difficile far leva solo sul senso di colpa per portare sollievo e comprensione a patologie mentali più profonde e gravi.

Non è possibile concludere queste note senza accennare al complesso di Edipo, la teorizzazione che Freud ha portato sulla scena della modernità e che racconta una delle tappe fondamentali dello sviluppo mentale. Molti sorridono, scettici, alla più nota versione del conflitto, quella sessualizzata in cui si narra di un bambino che vuole conquistare il genitore di sesso opposto e “far fuori” quello dello stesso sesso, che è il modo sintetico di raccontarlo. Ma Il conflitto, tra le tante cose che contiene, parla della delicata fase in cui comincia a diminuire il rapporto esclusivo, simbiotico, con la madre. È la fase in cui il bambino, dopo aver appreso la coppia (io e la mamma), capisce l’esistenza di un triangolo in cui compare il padre che insidia il suo potere. È ovvio che questo passaggio faccia nascere aggressività e rabbia, e nello stesso tempo diventi la palestra per imparare a tenere a freno questi sentimenti. Il piccolo, dopo, sarà capace di limitarsi e di dirigere le sue naturali ambizioni verso altre mete. Freud pone la fine di questo processo intorno alla fine del quarto anno di vita.

Due donne conversano intorno al tavolo, a fine pasto. La più giovane ha avuto un figlio da poco. Parlano delle metodiche di allattamento e la più vecchia ricorda come faceva lei ai suoi tempi, con orari precisi e prevedendo la possibilità di far piangere il piccolo. La giovane insorge, essendo sostenitrice dell’allattamento a richiesta, e zittisce l’altra dicendo che il tempo è passato e che adesso non si fa più così. Il tono è duro ed il sotto testo dice: adesso è il mio tempo di decidere come fare, la tua esperienza non conta più, lasciami in pace. La discussione finisce, le due si separano. La più vecchia rimane sola e con la sensazione di essere all’improvviso invecchiata di vent’anni.

È questa una scena ad alta gradazione edipica, dove la generazione giovane simbolicamente “uccide” quella precedente. L’edipo rappresenta pertanto una delle possibili modalità del passaggio generazionale e parlando anche del senso di esclusione, della rabbia che questa provoca, non può non avere un focolaio aggressivo. Con questa teorizzazione Freud ci ha insegnato a leggere le vicissitudini umane più complessive, non solo quelle familiari. Pensate a quante vicende politiche possono essere lette in base a questo schema: se non uccidi (metaforicamente e a volte non solo) chi è prima di te, non raggiungerai mai il potere.

Concludendo vorrei tornare al mito greco per eccellenza, all’Edipo Re. Edipo, Giocasta e Laio sono gli interpreti involontari di un modo tragico di vedere la paternità ed il passaggio generazionale, che si può attuare solo con una uccisione. Non è questo il solo modo o il solo mito, vedrete infatti come un altro grande della psicoanalisi (Kohut) scoverà, nel grande serbatoio della mitologia classica, sempre a proposito della paternità un diverso mito dal tono meno tragico, a testimonianza che la natura dell’uomo può essere vista e sentita anche in maniera diversa.

Andrea Friscelli

1 – I perché di una proposta

 

Quando fu inaugurato il quartiere Conolly la psicoanalisi ancora non esisteva, ma la sua nascita era vicina. Per questo ho pensato che l’argomento avesse diritto di cittadinanza anche in questo blog.
Comincia così oggi un piccolo viaggio tra i grandi della psicoanalisi, viaggio che arriverà fino ai giorni nostri attraverso le modifiche e gli sviluppi che ci sono stati.

Oggi quindi si inaugura questa piccola rubrica e vorrei spiegare il motivo che mi spinge a tentare questa operazione.

Viviamo un periodo storico (psico storico, vorrei quasi dire) molto duro, dove si manifesta una prevalenza sempre più accentuata di sentimenti negativi a discapito dei buoni, civili rapporti con gli altri. Pare di cogliere, nel clima sociale generale, una grave carenza di fiducia, di umana “pietas”, un’incapacità di perdonare o, semplicemente, di stare decentemente insieme. Queste cose rendono il tasso circolante di diffidenza, aggressività, odio, rancore e vendicatività ormai enormemente aumentato in ogni ambito sociale. Se qualcuno si comporta secondo canoni di normale civiltà, improntata a comprensione e tolleranza, magari concedendo buona fede anche a chi non la pensa come lui, viene immediatamente bollato come “buonista”, mentre chi agisce con cinismo e arrogante aggressività, condite magari da un pizzico di paranoia, viene dalla maggioranza sentito come più autentico e vero.

Questa atmosfera comincia a incunearsi tra noi, dentro di noi, in un modo che ci sovrasta come individui e condiziona quasi la nostra personalità.

Chi ha visto “Il Cliente” ultimo film dell’iracheno Farhadi (fresco di Oscar!) ha potuto cogliere un bellissimo esempio di quello che voglio dire.

Il protagonista che all’inizio è rappresentato come una persona armoniosa, insegnante amato dai suoi alunni, impegnato nel teatro e con un buon rapporto con la compagna, a seguito di un evento drammatico che colpisce quest’ultima, lentamente si trasforma in un vendicatore tremendo e insopportabile che, come sovrastato da questi sentimenti negativi che non riesce di “governare”, finisce per distruggere tutta la sua vita e le vite di coloro che gli sono inizialmente vicino. Il film ha un piglio da tragedia greca dove il fato si prende quasi gioco degli uomini riducendoli spesso a dei burattini nelle sue mani.

Ma la cronaca di queste ultime settimane, con i fatti di Vasto prima, poi con quello, di solo pochi giorni fa, delle due donne rom chiuse in gabbia a Follonica, e dei molti altri che si susseguono, ci porta quasi oltre l’atmosfera del film, a riprova di come la realtà spesso superi la fantasia.

Che ci siano ragioni che spiegano questa sorta di imbarbarimento dei nostri rapporti a tutti i livelli, a partire dai massimi leader politici che progettano muri e nuovi lager, fino a noi semplici cittadini comuni, con le infinite gradazioni intermedie, credo sia altrettanto chiaro. Non mi voglio addentrare nell’analisi di tutte le modificazioni sociali, storiche, economiche che lo sostengono, non ne sarei senz’altro capace.

Il senso della mia riflessione vuole andare in una direzione un po’ diversa. Mi pare cioè che un fenomeno sottostante a questo clima sia l’impoverimento sempre più accentuato di una modalità empatica, di una capacità comprensiva, ma ancor più semplicemente, di una volontà di incontro con l’altro che pure, in altri periodi, ha caratterizzato la nostra società.

Faccio riferimento non solo agli atteggiamenti sostenuti dalla semplice buona educazione, ma più specificatamente al fatto che il patrimonio di conoscenze scientifiche, qualche volta ricavate direttamente dalla pratica terapeutica, che, nel corso degli anni, è stato costruito a tal proposito, si sta impoverendo, sbiadendo, banalizzando. Sono tutti modi, più o meno sottili, per distruggere quell’eredità.

Si pensi che, per fare solo un esempio, la tendenza ormai quasi vincente nella maggioranza delle scuole di specializzazione in Psichiatria, devolute a addestrare i professionisti della comprensione e dell’aiuto psicologico, è quella di mettere sempre più all’angolo le scienze psicodinamiche a favore della farmacologia, facendo sempre più somigliare i giovani psichiatri a dei medici internisti attenti agli effetti collaterali dei farmaci ai  quali loro stessi affidano l’intera soluzione dei problemi. Come se insomma la voglia di capire, ascoltare ed aiutare chi ci sta davanti, anche quando è in gioco un ruolo professionale, fosse sempre minore, forse perché quella voglia necessita di più tempo rispetto agli standard che qualcuno vorrebbe imporre anche alla pratica medica.

Si noti poi un altro fatto ancora più evidente: le quotidiane tragedie a cui assistiamo (femminicidi – patricidi – figlicidi) sono sempre accolte da una certa sorpresa, indice del fatto che i parenti, i vicini, gli altri non avevano capito nulla di ciò che si stava preparando. Lungi da me voler sostenere che tutto si possa sempre capire, però mi pare che stiamo soffrendo ogni giorno di più di una crescente svogliatezza nell’approcciarsi all’altro, di una crescente incapacità di capirlo, che ogni giorno di più ci stiamo barricando, per paura, nel nostro chiuso narcisismo che si oppone ad ogni nuova conoscenza.

Mi sono chiesto allora se non sia il caso di “ripassare” la lezione o, forse meglio, le lezioni che coloro che hanno dedicato la vita a questi approfondimenti nel corso degli anni ci hanno lasciato, rispolverando concetti e conoscenze che possono sembrare ormai passate di moda, ma di cui, mi pare, sia innegabile il bisogno. Un po’ come quando, trovandosi in mezzo ad una tempesta, ci si affida alla sapienza ed all’esperienza dei marinai più vecchi, di quelli che magari ci sono già passati e sanno come si fa a salvarsi, a togliersi d’impaccio senza perdere tutto.

 

Ho fin dall’inizio delimitato il campo di questo “ripasso” per dare l’esatta dimensione di quello che mi propongo di fare. Non mi interessa proporre una rassegna delle risposte che nel corso della storia sono state date a domande quali: cos’è l’uomo? come si rapporta con i suoi simili? oppure cos’è la mente? come nasce? come si sviluppa? Domande dall’evidente sapore filosofico alle quali sono state date risposte le più varie e contrastanti.

Affermo perciò che mi muoverò solo in ambito psicoanalitico, una disciplina che ha poco più di un secolo di storia, ma che ha sviluppato al proposito teorie diverse nel corso degli anni.

Intendiamoci, non voglio sostenere che solo da questa disciplina possano venire le risposte giuste, né tantomeno le soluzioni degli enormi problemi che abbiamo. Il fatto è molto più semplice: io preferisco parlare di questo argomento che un po’ conosco, per averlo “frequentato” ormai da molti anni. In più si può forse dire che attualmente qualcosa sta cambiando anche in ambito psicoanalitico e si va affermando una tendenza che molti vivono con favore. È un orientamento che vede confluire alcune ricerche delle neuroscienze con teorizzazioni psicoanalitiche ed anche di altre discipline psicologiche come il cognitivismo o il comportamentismo. Penso che sia ancora lontano il momento in cui si affermerà una visione univoca che sia in grado di dare quelle risposte che nessuno per ora ha. Magari, però, ci stiamo lentamente muovendo in quella direzione.

Ed ecco allora emergere lo stridente paradosso attuale: proprio nel momento in cui certe teorie psicoanalitiche trovano finalmente dei riscontri di tipo strumentale nelle neuroscienze (si pensi al problema dell’empatia e dei neuroni specchio) l’atteggiamento empatico viene di fatto quasi oscurato e messo a tacere da un assetto sociale che ci spinge sempre di più verso la guerra e l’aggressività.

È possibile provare a riequilibrare le cose? tentare, riportando in campo la storia di un pensiero che è stato capace di sondare gli abissi, a volte paurosi, della mente, di non dimenticare chi ha già detto qualcosa al proposito? Autori che, tra l’altro, (quasi tutti quelli che vi proporrò) hanno costruito le loro riflessioni durante periodi storici ben più difficili dell’attuale.

Certo non posso pensare da queste pagine di proporre riflessioni troppo specialistiche né tanto meno legate alla pratica clinica. No, vorrei invece estrarre il succo di alcune idee che i grandi della psicoanalisi hanno lasciato in eredità a tutti noi, sforzandomi di farli conoscere meglio anche nei loro tratti umani e di vita. Forse individuare una linea di tendenza che nella psicoanalisi si va delineando.

Anche qui voglio essere chiaro: so di non poter proporre la rassegna di un pensiero unitario e senza contraddizioni interne. La storia della psicoanalisi è stata, infatti, ricca di visioni contrastanti, di dibattiti furiosi, quasi settari, piena di clamorose scissioni dottrinali. A favore della disciplina possiamo dire che questi contrasti, queste guerre incruente hanno spesso costretto i “combattenti” a precisare meglio le loro teorie ed in sostanza a capire ogni volta qualcosa di più.

Sigmund Freud

In tal senso le tappe del piccolo viaggio tra i grandi della psicoanalisi che vorrei proporvi saranno le seguenti: Freud – Klein – Bion – Kohut.

Infine l’ultima puntata sarà dedicata ad illustrare quella tendenza a cui accennavo qualche rigo sopra (l’avvicinamento tra neuroscienze e psicoanalisi), vorrei cioè parlare di Rizzolatti e di Gallese ed i neuroni specchio la cui scoperta (tutta italiana, una volta tanto) è solo di pochi anni fa.

Andrea Friscelli

Qualche riflessione in più

Oggi, a mente fredda, vorrei provare a aggiungere qualche riflessione in più sugli esiti del censimento del Fai che ha visto il padiglione Conolly piazzarsi al 27simo posto della classifica nazionale.

Le considerazioni sul risultato ottenuto, con qualche ora in più di prospettiva, si depurano di qualche piccola delusione e mettono in luce più aspetti positivi che negativi.

Provo ad elencarli.

Quando agli inizi di giugno cominciò la raccolta firme, credo di poter dire, senza tema di smentita, che coloro che conoscevano il valore, le potenzialità e la necessità di fare qualcosa per quell’edificio si potessero contare sulle dita di due mani, o poco più. Naturalmente è vero che un numero molto maggiore di persone sapevano di cosa si parlava, a cosa fosse servito, dove si trovasse, magari però avendo ormai perso ogni interesse per quel luogo.

Il fatto che a fine novembre, nemmeno sei mesi dopo, coloro che hanno scelto di firmare per il Conolly siano stati oltre undicimila, ci dà la misura del lavoro fatto, dell’interesse che è stato suscitato, dello sforzo di comunicazione a sostegno del progetto di salvataggio che è stato messo in campo.

È ovvio che poteva essere fatto di più e meglio, ma è anche vero, d’altra parte, che ci si poteva abbandonare al pessimismo e lasciar perdere. A tal proposito vorrei citare un solo esempio: le Terme del Corallo di Livorno hanno avuto, ad inizio gara, un grande spunto iniziale tanto che quel progetto di recupero fu ospite di una delle ultime puntate di Ballarò (Rai Tre) prima dell’estate. In quel momento la trasmissione dette una grande visibilità che lasciava presagire che quell’edificio fosse destinato a primeggiare facilmente. Ed in effetti ha stazionato a lungo nelle primissime posizioni per un certo numero di mesi. Poi evidentemente qualcosa in quel comitato si è rotto ed il risultato finale è stato un 79simo posto con “appena” quattromila firme.

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Quindi se in realtà un piccolo successo c’è stato (sia detto senza alcuna enfasi) quali sono state le ragioni?

Almeno una è stata la scelta di puntare sull’unione, evitando divisioni e contrapposizioni che di questi tempi sembrano essere sempre più di moda. Innanzi tutto il Comitato “Salviamo il Conolly” e la locale delegazione del FAI (le due componenti fondamentali a sostegno del progetto) hanno stretto una buona alleanza concordando strategie e obiettivi.

A questo punto è stato prima di tutto cercato un contatto ed un’alleanza con i vertici della ASL Toscana Sud Est, titolare della proprietà del bene, spiegando che la nostra azione voleva coordinarsi con le loro idee ed i loro progetti al proposito, evitando come la peste inutili contrasti.

In seguito si è cercato il contatto ed il sostegno di tante altre componenti della società cittadina, come il Comune e in particolare dell’assessorato alla Cultura, come l’Università ed il suo nuovo Rettore. È stato una sorta di pellegrinaggio attuato in queste varie sedi per spiegare le ragioni che consigliavano questo recupero, trovando, devo ammetterlo, sempre persone pronte a capire e ad ascoltare. Ma anche la gente comune è stata cercata e mobilitata con i “banchetti” realizzati in varie sedi e situazioni: per strada, alla Coop, nelle mense universitarie, in sedi come la Pubblica Assistenza e così via. Fondamentale poi è stato l’impegno della rete dei volontari Fai, alcuni dei quali si sono prestati in maniera decisiva. Così il progetto è cresciuto, ma non lo avrebbe fatto nella misura in cui è successo senza il sostegno della stampa cittadina, in tutte le sue componenti. Un sostegno che per la verità molte volte è stato spontaneamente offerto e quasi mai sollecitato.

Forse prenderò, come mi capita spesso, del “buonista”, ma sono convinto che se possiamo parlare di un piccolo successo, lo si fa perché abbiamo scelto questa strada di aggregazione senza ignorare componenti importanti o peggio contrapponendosi alle altrui posizioni.

Per me questo è il lavoro di rete di cui spesso si parla in teoria, ma che poi, magari per orgoglio o trascuratezza, nella pratica non si riesce a mettere in atto.

Che di questo atteggiamento ci sia bisogno se si vogliono portare avanti progetti importanti, faticosi e lunghi come può essere quello del recupero del Conolly a me pare evidente e spero che si riesca a rimanere su questo crinale anche per il lavoro (cui accennavo nelle note di venerdì) che il futuro ci pone ancora di fronte.

Per questo sarebbe preferibile che molti si esprimessero su quel progetto, che ci fosse un contributo di idee e di discussione, a costo anche di rischiare un pizzico di confusione, piuttosto di correre il rischio che qualcuno si arroghi il potere di decidere senza consultare nessuno.

Il Conolly può diventare un contenitore culturale importante per Siena. La nostra città è forte sul fronte della cultura storica e artistica che fa riferimento agli anni d’oro, ma invece è più debole sugli aspetti culturali relativi al sociale. Non perché non vi siano esperienze o cose da valorizzare, ma perché spesso sono del tutto ignorate. Tutta la vicenda del San Niccolò, tanto per non cercare lontano, la sua parabola storica, medica, culturale e sociale, dovrebbe essere conosciuta meglio e di più. Ma anche tutta la storia del Pendola e dell’assistenza ai sordi muti, che pure è stata una vera e propria eccellenza senese, quanto è conosciuta e raccontata? Forse per questo mi capita, a volte, di pensare alla nostra città come ad una signora che piange disperata perché è diventata povera, e non si accorge che sta ancora seduta  su un mucchio d’oro, certamente molto diminuito rispetto a prima, ma ancora consistente. Se ne deve solo rendere conto.

Insomma molte altre cose di Siena, collocate per ora al di fuori dei consueti circuiti, potrebbero diventare fonte di studi e conoscenze di alto livello da un lato e anche di turismo culturale dall’altro. Forse che non abbiamo bisogno anche di quel turismo per rinascere? o sono solo io l’ illuso?

Sarà dura percorrere questa strada, convincere che anche di quella abbiamo bisogno. Per fare un esempio, solo qualche anno fa un assessore al turismo, per altro molto capace, mi disse che non credeva per nulla in un progetto del genere. Eppure, ancora un esempio, quasi ogni città che è stata sede di un manicomio ha organizzato qualcosa a proposito della conservazione di quelle esperienze e, per quanto ne so, quasi tutte raccolgono successi, visite e sostegno di pubblico.

Sono invece incoraggiato dal fatto che l’aver provato, in questi mesi, a raccontare da queste colonne alcune storie di vita trascorse all’interno del San Niccolò abbia raccolto un certo interesse.

Le persone sensibili esistono ancora e non tutti sono interessati solo ai talent o alle storie dei delitti che fanno audience. Trovare il modo di parlare di certi temi, di raccontare certe vicende, di cogliere i nessi tra il passato, il presente ed il futuro, di riscoprire valori come tolleranza e comprensione è ancora possibile?

Non so rispondere a questo interrogativo, sono invece sicuro che la riscoperta di certe cose sarebbe molto utile per tutti.

Andrea Friscelli

Il panopticon: sorvegliare per rieducare *

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In quest’ultimo periodo si è spesso parlato del padiglione Conolly e c’è una parola che è di solito associata a quell’immobile: panopticon, parola derivante dal greco di facile interpretazione: tutto vedere.

Vorrei dedicare il pezzo di oggi proprio al panopticon, svolgendo qualche riflessione tra le molte che quell’idea ha sempre stimolato. Il panopticon, infatti, è un vero e proprio serbatoio di considerazioni anche di grande attualità.

Sappiamo che il modello del vero panapticon, categorizzato da Jeremy Bentham nel suo “Panopticon or the inspection house”, prevedeva che le celle, disposte a raggera, avessero pareti trasparenti davanti e dietro (ma non sui lati, per impedire che i detenuti – pazienti solidarizzassero tra loro), in modo che la luce permettesse di vedere e controllare in ogni ora del giorno e della notte le attività del recluso. Da una torretta, simile a un faro e posta al centro della raggiera, il guardiano controllava, attraverso persiane schermate che così non permettevano di capire se in quel momento si era osservati o no. In più attraverso una sorta di precursore del telefono, costituito da un insieme di tubi, presente in ogni cella, il custode poteva, quasi fosse la voce di Dio, farsi presente col condannato per dare raccomandazioni, proibizioni ecc. Continua a leggere

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