Dario Venturini di Montedivalli di Podenzana

In una delle numerose visite fatte al quartiere Conolly negli ultimi mesi, la mia attenzione è stata attirata da un graffito presente in una delle celle della parte di sinistra, quella chiamata del Reparto Criminale. Lo si trova, nella seconda cella, sulla soglia di travertino della finestra e consiste nell’incisione di un nome: DARIO VENTURINI, scritto in buona calligrafia e che pare messo lì a futura memoria di una presenza, quasi una sorta di lapideo biglietto di presentazione.

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il graffito – firma

Ho deciso di capire qualcosa di più di questo nome, è così iniziata una piccola ricerca tesa a capire se una cartella con quel nome esisteva davvero e, se sì, che storia raccontava. La cartella esiste e scorrendola mi sono trovato di fronte ad una storia drammatica e piena di angoli oscuri.

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Niccolò Cannicci, il Pascoli della pittura

Per raccontare la storia dell’altro pittore che ha conosciuto il San Niccolò ho pensato di partire, un po’ inusualmente, da un suo autoritratto. È una tela che è conservata nella Galleria di Arte Moderna di Palazzo Pitti, è datata 1870, quando l’autore aveva 24 anni.

Niccolò_Cannicci_Autoritratto

autoritratto 1870

Come si sa un autoritratto è prima di tutto una sorta di dichiarazione che l’autore fa su sé stesso, ritraendo, sì, i lineamenti e i particolari del volto, ma dando anche sempre una visione psicologica, a volte magari inconsapevole, del proprio carattere. In questo caso la tela ci restituisce un viso dai tratti regolari di un giovane uomo con i baffi spioventi e con una pettinatura, immagino, alla moda di quel tempo. Ma ritrae anche l’indole del soggetto che è caratterizzata da uno sguardo che a me pare profondamente triste. Sembra cioè cogliere immediatamente due caratteristiche che poi segneranno la vicenda esistenziale e clinica del Cannicci e cioè da un lato la sensibilità e l’eleganza e dall’altro il fondo depressivo che probabilmente non lo lascerà mai.

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Mario Puccini o “l’unghia del leone”

Adottando una visione dal taglio sociologico un po’ cinico, si può sostenere che i manicomi siano stati utilizzati come il magazzino degli scarti, come il naturale deposito di merce (umana) difettosa o difettata. Cioè per merce nata male fin dall’inizio o che invece si è rivelata fragile e poco adatta nel corso del tempo, superata dagli sviluppi sociali. Mi rendo conto che è questa una concezione un po’ brutale e poco rispettosa del valore dell’uomo, di ogni uomo di qualunque condizione esso sia, ma, diciamolo, è un modo realistico di vedere la cosa. È quindi evidente che nella popolazione dei pazienti ci si debba aspettare una assoluta maggioranza di persone fragili, poco adatte ai tempi, in qualche modo “inutili”. Continua a leggere

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