La notte che crollò la Torre

Capitolo 4 – Il furto

 

Il racconto, vista la necessità di descrivere i luoghi dell’azione per far sì che il lettore si familiarizzasse con questi, ha avuto un ritmo lento e compassato. Insieme è stato necessario presentare alcuni dei protagonisti con le loro caratteristiche fisiche e non solo. Altri protagonisti mancano all’appello e saranno introdotti meglio in seguito ma siccome è possibile che questa lentezza abbia un po’ assopito l’attenzione del lettore, sono qui a chiedere allo stesso di risvegliarsi dal torpore. Adesso, infatti, la storia entra nel vivo e perché ognuno si faccia un’idea, è importante seguire i fatti con attenzione.

Anche perché tutto accade nel giro di pochi minuti, forse dieci, quindici. In questo breve lasso di tempo avvengono vari movimenti di persone e cose che si risolvono, alla fine, nella certezza che sia avvenuto il furto di una somma importante.

Nel tentativo di dare al lettore i giusti elementi di valutazione, l’autore intende procedere nel racconto nella seguente maniera. Prima una descrizione per quanto possibile “neutra” dei fatti, come se una telecamera dall’alto riprendesse con sufficiente neutralità cose e persone, pur sapendo che comunque questa visione non potrà essere esaustiva per via di angoli ciechi che non mancano e possono concedere solo una visione parziale.

Poi cercherà di riportare invece nel corso del racconto il comportamento di ciascuno dei protagonisti, come se noi vedessimo quello che loro hanno visto.

Dall’incrocio di questi dati, di questi differenti punti di vista forse il lettore potrà costruirsi un’idea sua di come sono andate le cose e in fondo, anche se l’espressione è forse troppo forte, di chi è il colpevole.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

scorcio da via del Sole

ore 10:50: Paolo sta preparando il materiale per andare in banca: alcuni moduli per anticipazioni su fattura, qualche assegno bancario da versare, un piccolo gruzzolo di contante, ma la cifra complessiva sempre discreta, come capita al lunedì, raccogliendo gli incassi di ristorante e pizzeria di sabato e domenica, diventa importante per via di un assegno circolare che porta (finalmente! tutti lo aspettavano ormai da un pezzo) un consistente rimborso per una sovra fatturazione Enel. Il materiale è lì sul suo tavolo e galleggia su un mare di carte in cui solo lui riesce a orientarsi. In quel momento in ufficio è presente Carmen, ma la sua postazione è nell’altra stanza. Mimma invece che ha il tavolo accanto al suo è momentaneamente fuori.

ore 10:51: il cellulare di Paolo squilla, lui legge sul display che è una chiamata della moglie e pertanto si allontana dalla stanza per rispondere con maggior privacy. In quel momento nei paraggi dell’ufficio sono presenti: Mamadou e Simone, i due dipendenti che stanno tagliando l’erba con i decespugliatori, ma si sta  avvicinando anche Giovanni che ha intenzione di parlare con Paolo per chiedere un anticipo. La sua situazione economica è diventata ancora più incresciosa del solito dopo che la Stradale l’ha trovato alla guida di un’auto senza assicurazione. C’è una forte multa da pagare e non sa pensare che a quello.

ore 10: 53 Carmen ha ordinato una stampa dal suo computer e si sposta nell’altra stanza per andare a prenderla, visto che l’unica stampante funzionante è quella accanto al tavolo di Paolo. Entrando vede la cassaforte spalancata, tutti quei fogli incustoditi sul tavolo, tra cui nota l’assegno circolare già “girato” e scuote la testa in evidente segno di disapprovazione per una simile disattenzione, poi è distratta dal rumore della stampante, si gira, raccoglie i fogli e torna a concentrarsi sul suo lavoro, è così attenta a quello che fa che tenderà presto a scordarsi i dettagli di quell’operazione. Quando è entrata nella stanza di Paolo ha incrociato sulla porta Simone che vuole parlare con il presidente (Paolo) e non trovandolo sta un po’ traccheggiando con quell’aria intontita che gli è caratteristica. A quel punto entra anche Giovanni ma Carmen è già tornata al suo posto e pertanto se lo vede, scorge solo un’ombra. Dopo appena qualche minuto (due, forse tre) lo stesso si allontana di nuovo senza profferire parola.

ore 10:54: Mimma rientra dal ristorante, dove è andata per controllare, come fa spesso, l’agenda degli impegni e nota che i due tagliatori d’erba Mamadou e Simone stanno facendo una sosta e parlottano tra loro con aria complice. Osservandoli con attenzione e qualche sospetto le è quasi sfuggito di aver incrociato nelle scalette Giovanni che a malapena vede.

ore 10:56: in ufficio sono di nuovo tutti presenti, Paolo ha finito la sua telefonata, uno dei suoi bambini, Angelo, sta poco bene. Da scuola hanno telefonato alla madre di andare a prenderlo e la madre l’ha chiamato con un pizzico di urgenza. Il programma fatto in precedenza va in tilt e perciò niente passaggio in banca, deve andare svelto alla scuola, lascia tutto com’è sul tavolo e corre via. Mimma allora, un po’ preoccupata per quei soldi presenti sul tavolo che potrebbero stimolare le voglie di qualcuno, com’è successo solo qualche settimana prima quando un foglio da 50 si è “perso”, (ma secondo lei è stato rubato ed ha anche forti sospetti su qualcuno), Mimma – si diceva – prende tutto il materiale e lo mette con attenzione dentro la cassaforte, appoggiandolo sul ripiano di mezzo. Accosta i due sportelli, ma non trovando la chiave, non la chiude.

Vale la pena descrivere sommariamente la cassaforte che è un armadietto di metallo, alto 80, 90 centimetri, profondo 50 e largo 100, verniciato di grigio, appoggiato sul pavimento, vicino al tavolo di Paolo. Ha due ante e una grossa maniglia che si può ruotare solo dopo aver introdotto e girato la chiave. Dentro c’è un ripiano sempre di metallo che divide in due l’altezza, così i vari oggetti o valori possono essere appoggiati sul ripiano o direttamente sul fondo della stessa cassaforte.

ore 11,30: Carmen è quasi arrivata alla fine dei conti, le manca davvero poco, sentendosi più sollevata propone a Mimma, che in quel momento ha un attimo di requie dalle telefonate, di andarsi a prendere un caffè al bar, un’abitudine che si ripete quasi tutte le mattine.  Si avviano perciò verso il ristorante parlando in modo rilassato, scordandosi di chiudere a chiave la porta dell’ufficio che comunque si accosta dietro di loro per via della molla. Saranno di nuovo lì tra cinque minuti. Paolo non avrà modo di tornare se non la mattina dopo. La giornata di lavoro si avvia alla sua tranquilla conclusione.

Il mattino di martedì esplode, per così dire, il caso.

Paolo riprende in mano il materiale di banca per fare quello che lunedì non è riuscito a fare. Suo figlio è malato a casa, adesso con Angelo c’è una baby sitter e lui può con tranquillità riprendere il programma del giorno prima. Così ricontrolla i contanti, gli assegni e poi cerca, senza trovarlo, l’importante assegno circolare che rimpinguava la cifra da portare in banca.

Non si preoccupa molto, le altre non ci sono ancora e forse l’avranno conservato e messo da qualche altra parte. Così va in banca e deposita quello che ha.

Ma tornato in cooperativa si rende conto che l’assegno è sparito, nessuno l’ha conservato. Carmen sostiene di averlo visto sul tavolo quando lui stava per andare in banca, Mimma dice invece di averlo messo insieme alle altre cose dentro la cassaforte, quando lui se n’è andato. Adesso però non c’è, l’assegno non è né in cassaforte né da altre parti.

La conclusione, dopo aver rovistato dappertutto in lungo e largo, è una sola: qualcuno se l’è fregato.

E’ aperta la caccia al colpevole.

—-*—-*—-

img_2679-mod

la Torre dagli Orti del Tolomei

Per la maggioranza dei cittadini, invece, la Torre godeva di ottima salute ed era inutile spargere preoccupazione e paura. Erano altri i problemi che la città, secondo loro, doveva affrontare: per esempio come riuscire a rimanere in serie A o quale nuovo giocatore di basket ingaggiare, o più in generale come far sembrare Siena sempre più forte e potente, elegante e ricercata. La Torre era lì da sempre e dunque andava solo lasciata stare, affidata alle mani di chi fino a quel punto l’aveva curata.

La notte che crollò la Torre

Capitolo 3 – Paolo

 

La strada di Porta Giustizia, quella dove abbiamo visto camminare con passo vigoroso Mimma, è una strada solo pedonale. Qualche sconsiderato ogni tanto ha provato a transitarvi con altri mezzi, un motorino o peggio con la macchina, ma è fortemente sconsigliato farlo perché si rovina la magia del luogo. Ma non è l’unica via di accesso alla valle, ne esiste un’altra che è invece transitabile e che consente a chi non ama o non può passeggiare di arrivare all’orto de’ Pecci. È una strada tortuosa che fa un percorso all’interno di quello che era l’ospedale psichiatrico toccandone alcuni dei punti più importanti. Questo anche se adesso quei luoghi hanno ormai un differente utilizzo e, perché no, un differente fascino. L’intero complesso è, infatti, adesso utilizzato da alcune facoltà universitarie ed è sempre pieno di giovani studenti che forse neppure sanno che i luoghi che calcano erano qualcosa di diverso prima. Entrando dall’antico cancello del manicomio, il cosiddetto “cancellone”, varcato il quale spesso il destino di alcuni cambiava in modo definitivo, la strada incontra subito quel piccolo gioiello della antica farmacia, poi scorre in discesa sul lato destro del grande edificio centrale, costeggiando la parte dove si trova tutt’ora il mulino, splendido esempio di archeologia industriale poco valorizzato. Poi piega a sinistra in una sorta di piazzale e subito dopo a destra scendendo ancora e costeggiando il vecchio reparto Chiarugi a sinistra e a destra il quartiere Conolly, uno dei pochi esempi di panopticon funzionante fino a pochi anni fa e adesso precipitato in un assoluto degrado. La strada curva sulla sinistra e poi controcurva a destra affrontando il punto più ripido, ancora a destra e si approda a quella che fu l’antica lavanderia dell’ospedale, adesso profondamente ristrutturata e sede della facoltà di Fisica. A questo punto pur essendo quasi arrivati la vista non coglie ancora nulla del panorama dell’orto de’ Pecci. Bisogna varcare un cancello di ferro che immette in una strada bianca e proprio sul limitare di questo cancello si è come folgorati dalla veduta della Torre e del Palazzo pubblico, come circondato ed “inquadrato” nel verde dei prati.

 

pict0011

l’ingresso dell’Orto de’ Pecci

In questa strada quella stessa mattina transita, con la sua Panda un po’ scassata, Paolo, il presidente della cooperativa. In genere è il primo ad arrivare, ma stamani è in lieve ritardo per problemi familiari, d’altro canto con tre figli avuti nel giro di quattro, cinque anni può capitare. Paolo ha un fisico massiccio, occhi come fessure, ma dall’espressione buona, un viso largo e con un po’ di barba che ormai, come i capelli neri, comincia un po’ a brizzolarsi. Veneto di estrazione cattolica, con i valori di quel cristianesimo sociale che qualche anno fa non erano infrequenti in quelle terre, è giunto a Siena per Roberta, l’amore della sua vita. A vederlo camminare sembra un po’ un orso, in lieve sovrappeso, ha spesso la faccia burbera che serve per svolgere il ruolo di caposquadra con personale non sempre gentile e educato. Ma dopo un po’ tutti quelli che lo conoscono imparano a capire che sotto la scorza del duro c’è un cuore tenero e questo non è sempre un bene. Più giovane ha svolto una discreta carriera tra i boy scout e anche se adesso ha lasciato quell’esperienza ormai da tempo, qualcosa gli è rimasto addosso del bravo ragazzo che non resta insensibile alle disgrazie o alle difficoltà altrui. Così l’esperienza della cooperazione sociale gli è sembrata subito un connubio di varie cose adatte a lui. Arrivato a Siena si è avvicinato alla cooperativa con discrezione, senza pretendere nulla, accettando di fare un periodo di volontariato e poi lentamente si è inserito sempre di più, “scalando” tutte le tappe di una carriera che a 48 anni è culminata nella presidenza. Si fa per dire – culminata – perché in fondo si ritrova a fare quello che faceva anche prima, e cioè cose a volte molto semplici e a volte molto pesanti, solo con molte più responsabilità. Ha però una sorta di tallone d’Achille, se così può essere definito, che a volte lo distoglie dall’impegno con il lavoro ed è rappresentato dai suoi figli e le loro esigenze spesso mutevoli e continue. La moglie, infatti, se capita qualcosa, non può liberarsi come lui che così finisce spesso per svolgere il ruolo di “mammo”. Forse questo risponde non solo a esigenze pratiche ma a valori profondi che gli fanno pensare che l’educazione dei figli, e poi chissà anche degli svantaggiati (ma molto dopo ai precedenti) stia all’apice di tutti i valori. Anche quella mattina ha fatto tardi per quello e pur impegnato nelle faccende cooperativistiche, una parte del suo cervello continua a pensare ad Angelo, il figlio mezzano che pareva non stare bene. L’ha spedito a scuola lo stesso, ma forse teme di averlo esposto a qualche problema.

Nell’ufficio sono arrivati tutti: Paolo, Mimma, Carmen e la giornata di lavoro può decollare. Per la verità in condizioni normali ci sarebbe un’altra ragazza, Maria, ad occupare la quarta scrivania, ma adesso è in maternità e non si sa bene quando deciderà di rientrare dopo il parto che è avvenuto solo qualche settimana prima.

—-*—-*—-

torre-e-rist-poster

la Torre dall’Orto de’ Pecci

Invece i più attenti, pochi in verità, si erano da qualche tempo resi conto che alcune cose non andavano, si parlava di scarsa manutenzione, della presenza di erbacce sempre più invasive nell’ardito monumento. Si sa, le erbacce sono distruttive, s’insinuano, allargano crepe esistenti, ne creano di nuove. Qualcuno di loro girava con un binocolo in tasca e così, osservando attentamente, trovava sempre maggior conferma alle proprie paure.

La notte che crollò la Torre

Capitolo 2 – Carmen

L’intera valle di Porta Giustizia, intesa come la zona che va dal cancello verde e termina con le vecchie mura, ha, vista dall’alto, la forma di un imbuto che si allarga verso sud e copre una superficie di quasi i tre ettari. Suolo fertile che riceve, come in una conca posta in basso, molta acqua reflua da città, terreno di riporto e inoltre dissodato da vari secoli di lavoro agricolo, visto che fu destinato ad orto fin dai decenni immediatamente successivi alla grande peste del 1348. Negli anni molto più recenti del manicomio quell’enorme estensione di orto racchiuso dentro le mura di città forniva verdura e frutta per l’intero ospedale e veniva lavorato dai degenti, quasi tutti di estrazione contadina, a costo zero. Nella vallata ci sono solo due edifici, entrambi annessi agricoli che davano momentaneo riparo a quei lavoratori oltre ad offrire probabilmente una funzione di magazzino per i prodotti. Il primo si trova proprio alla fine della parte ripida di via Porta Giustizia. Si incontra sulla destra scendendo e secondo alcuni storici potrebbe essere stato edificato sui resti di un antico mulino medioevale, visto che è praticamente piazzato su una grande cisterna in cui scorre sempre acqua, tuttora visibile. Il secondo invece si incontra verso la fine della stessa strada, sempre sulla destra quando la prospettiva delle mura è ormai vicina, è più piccolo, forse posteriore nel tempo.

La presenza della cooperativa in questi trent’anni ha modificato di molto l’aspetto delle due case.

La prima è diventata un accogliente ristorante con annessa pizzeria che possiede alcune sale interne dal tono impensabilmente elegante. Con il bel tempo invece quasi tutti i clienti preferiscono mangiare all’aperto, sciamando poi verso i larghi prati.

La seconda viceversa è diventata la sede degli uffici che accolgono la direzione della cooperativa stessa.

Si tratta di un piccolo fabbricato di due piani dall’apparenza un po’ malconcia, nei muri maestri, infatti, ci sono crepe che fanno pensare a problemi di stabilità, in parte ovviati da alcune catene. In realtà, ai tempi del manicomio, il piano superiore era utilizzato solo come rimessa degli attrezzi agricoli e nel piano terra, in anni più recenti, era stato impiantato il bruciatore dei rifiuti.

La cooperativa ha riadattato il piano superiore a ufficio. Vale la pena descrivere questo ambiente con una certa precisione perché, come vedremo, la disposizione stessa degli ambienti avrà importanza nello svolgersi del “caso”. L’unico grande spazio iniziale del piano primo è stato suddiviso con pareti in tre ambienti differenti: un micro ingresso a cui si approda dall’esterno alla fine della rampa di scale. Entrando in quell’ingresso ci troviamo di fronte tre porte: quella sulla destra si apre in una bella stanza luminosa, la stanza del presidente e di Mimma, i loro due tavoli sono corredati di computer e telefono, sulla parete di sinistra entrando, dopo una scaffalatura piena di fogli e documentazioni contabili, è collocata la cassaforte. L’altra stanza invece che si apre nel piccolo ingresso, (sulla sinistra una piccola porta a soffietto accede ad uno striminzito ripostiglio) contiene un grande tavolo per le riunioni e due scrivanie, quella di Carmen ed un’altra che nel tempo in cui si svolge la nostra storia non è utilizzata. Il piano terra dell’edificio è sfruttato per una parte come deposito delle macchine e degli arnesi da giardino e per un’altra come spogliatoi e bagni per i dipendenti che si occupano dell’orto e della nettezza urbana.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

l’Orto de’ Pecci

Per accedere al piano superiore, come ho già detto, c’è una scaletta dai gradini ampi e bassi che gira sul lato destro della costruzione e, dopo un angolo di novanta gradi, approda al pianerottolo in cui è collocata la porta d’ingresso. Ma uscendo dalla stessa porta e piegando invece a sinistra ci si trova in una sorta di largo viottolo erboso che degrada lentamente verso l’unica parte della valle che è tuttora rimasta coltivata come un orto. In quello spiazzo erboso sono collocate anche un paio di panchine dove, nelle giornate che lo permettono, si crea uno spazio alternativo di riunione e colloquio quando le stanze interne sono già occupate, o dove semplicemente ci si ferma un attimo a prendere il sole.

Questo doppio accesso crea la possibilità, forse un po’ teorica ma non impossibile di un arrivo in contemporanea di persone che possono non incontrarsi e addirittura neppure vedersi, pur essendo presenti quasi insieme in quello spazio certo non enorme.

 

Quella mattina lì in ufficio è già presente Carmen, fatto un po’ insolito. In effetti non è quasi mai la prima ad arrivare, ma è spiegabile perché si tratta di una giornata particolarmente gravosa per lei che si occupa di amministrazione. C’è, infatti, da finire di calcolare Iva e contributi, ma prima bisogna terminare di registrare le ultime fatture del mese precedente, inoltre come ogni lunedì c’è da registrare l’incasso del fine settimana del ristorante che in quella stagione comincia a farsi più importante. Insomma tutte cose da fare prestando attenzione e che richiedono tempo. Arrivando prima si è avvantaggiata.

Carmen è fisicamente l’opposto di Mimma che abbiamo già conosciuto. Di mediterraneo ha solo il nome e il luogo di nascita, in provincia di Salerno.  Per il resto è di carnagione chiara, con occhi di un celeste sbiadito, come il biondo dei capelli, occhiali con il cerchietto dorato. Tutto concorre a darle l’aspetto di una nordica, forse potrebbe sembrare una danese o una svedese.

In realtà anche come atteggiamento e filosofia di vita non è molto latina. Carmen, infatti, si fida solo dei numeri. Solo loro – pensa – danno la misura della vita, evitano il ricorso a visioni del mondo complicate, a filosofie difficili da capire. La vita è tutta racchiusa in perdite o utili, non c’è un altro metodo più chiaro per orientarsi. La sua può sembrare una visione rozza, ma in realtà è solo tranquillizzante ed efficiente. Le fornisce una base solida dalla quale partire per operare nel mondo e farlo senza tanti patemi, conservando il suo bel sorriso. Forse “gestisce” così anche i suoi personali sentimenti, ottenendo di non esserne mai travolta o confusa.

Per questo a volte può apparire fredda e, guarda caso, un po’ calcolatrice, a dispetto di quest’aspetto fisico da brava bambina affettuosa e piena di giudizio. Capitata a Siena per una vacanza estiva che doveva durare solo qualche settimana a casa di una zia che da tempo si è stabilita qui, ha finito, per una serie di incredibili coincidenze, per non andare più via e per impiantare la sua vita in questo luogo. Non attirata in modo particolare dal sociale, si è poi appassionata a quel mondo, piano piano nel corso del tempo, senza rinunciare a “prenderlo” dal lato dei numeri. Sarà evidente ormai che in cooperativa cura l’amministrazione e tiene in ordine i conti.

Quella mattina Carmen è, come le succede a volte, molto concentrata su quello che deve fare.

Nella giornata successiva la cooperativa dovrà pagare un bel malloppo di soldi tra contributi vari e Iva ma per fare il calcolo deve ancora immettere alcune fatture e trovare il totale. Di solito in situazioni simili riesce quasi a escludere dal suo campo di attenzione tutto quello che le avviene intorno. È arrivata presto in ufficio e si è messa subito al lavoro con quel fascio di conti che la stava aspettando dal precedente fine settimana. Si è sistemata nella sua stanza e quando è arrivata Mimma l’ha appena salutata. Immersa nelle cifre forse non si accorge quasi dell’arrivo di Paolo, il presidente, col quale non sempre va d’accordo.

Fuori ha visto quei due a tagliare l’erba, si è anche chiesta se proprio oggi si dovevano dedicare al vialetto vicino all’ufficio. Ha bisogno di concentrazione e con i decespugliatori invece Simone e Mamadou faranno chiasso tutta la mattinata… ma insomma – ha poi finito per pensare – che lavorassero anche loro!

Ha visto anche qualche altro dipendente gironzolare nei pressi dell’ufficio, ma non gli ha dato alcun peso, per lei col pensiero già ai conti, sono state sagome irriconoscibili, come pesci in un acquario.

—-*—-*—-

torre-grigia

la Torre dal Chiasso Largo

In genere tutti i senesi, arrivando in Piazza, uno sguardo lassù verso la Torre finiscono sempre per lanciarlo. Ma ormai da secoli tutti la guardano come un elemento inamovibile ed eterno del panorama, quasi un’entità geologica, come se non fosse stata costruita da uomini mortali. Insomma qualcosa di simile a una montagna o a un lago che sono sempre al loro posto e ci rassicurano che, almeno per loro, il tempo e l’usura quasi non esistono.

 

 

Anteprima

 

La notte che crollò la Torre

E’ per domani la pubblicazione della seconda puntata della storia che vogliamo raccontarvi. Conoscerete così un altro personaggio importante, Carmen, la donna dei numeri, e vi familiarizzerete con i luoghi in cui, poi, si svolgerà il “caso”.

Non ve la perdete!!

“Salviamo il Conolly” coglie l’occasione per fare l’augurio di un sereno Natale a tutti, senesi e non.

 

Jpeg

Piccola Siena – Mario Ghezzi 1966

 

La notte che crollò la Torre

Capitolo 1 – Mimma

Affacciandosi al muro che delimita verso sud Piazza del Mercato si ha una ottima prospettiva su una delle valli verdi che caratterizzano il tessuto urbanistico di Siena. Questa che si chiama di Porta Giustizia è forse quella che più di altre s’insinua profondamente nella città murata, basti pensare che la Piazza dista solo pochi passi da quella campagna e da lì si può ammirare una insolita prospettiva della Torre e del Palazzo.

La vista che si ha dalla balaustra di Piazza del Mercato abbraccia, insieme al vallone verde, varie costruzioni che la contornano: sulla sinistra, in alto, l’imponente ed elegante basilica dei Servi, poi vari edifici di quello che fu l’ospedale psichiatrico San Niccolò, più lontano la massiccia sagoma della villa “Il Pavone”, attualmente residenza per anziani. A destra invece la prospettiva coglie l’oratorio di San Giuseppe, l’imponente abside della chiesa di Sant’Agostino, una serie di edifici privati e poi la costa ripida che risale verso via di Fontanella. Nel mezzo invece, dirigendo lo sguardo a sud, l’orizzonte diventa più ampio e coincide, nelle giornate di buona visibilità, con il profilo del monte Amiata che rimane sullo sfondo della vallata che scoscesa all’inizio, diventa invece piana e dolce più avanti.

datorre01

la Valle di Porta Giustizia vista dalla Torre del Mangia

L’intera valle è percorsa da una strada dal profilo rettilineo che ne segue naturalmente l’orografia, dapprima ripida e poi pianeggiante. Si giunge al suo inizio o scendendo le scalette che costeggiano i vecchi lavatoi, ormai in disuso, o camminando appena più a lungo su via del Sole che dopo pochi metri ne incontra sulla destra, l’inizio. Via di Porta Giustizia, questo il suo nome, è come divisa in due, la prima parte conserva ancora qualche traccia di una strada di città. Qualche tempo fa, prima che un certo degrado si affermasse nelle strade di Siena, era pavimentata da mattoni “a coltello” per via della forte pendenza, lastricata in altro modo, infatti, sarebbe stata scivolosa e pericolosa. È circondata sul lato sinistro da modesti edifici popolari ed anche sul destro ci sono case private.

Più oltre diventa invece una vera e propria strada di campagna, circondata da piccoli appezzamenti privati di orto su entrambi i lati. Poi quando spiana, una volta raggiunto il fondo valle, la prospettiva si apre su ampi prati sulla sinistra, frutteti sulla destra e camminando ancora si cominciano a intravedere le mura medioevali della città. Il cambiamento che avviene nella strada da cittadina a campestre è segnato da un arco di foggia ottocentesca, chiuso da un cancello verde, varcando il quale si ha l’impressione di cambiare appunto il paesaggio. Questo cancello, in anni ormai passati, segnava l’inizio del territorio dell’ospedale psichiatrico ed era per questo sempre chiuso, contribuendo a creare fantasie e turbamenti terrorizzanti su cosa potesse esserci dietro e quasi nessuno (a parte il personale dell’ospedale e pochi altri) l’ha attraversato per un lungo periodo, almeno per i primi ottanta anni del Novecento.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Via di Porta Giustizia

Dopo che, circa trenta anni fa, si è impiantata in quella zona l’attività di una cooperativa sociale, di quelle che fanno inserimento al lavoro per persone con problemi di varia qualità e misura, il cancello è sempre aperto e piano piano la popolazione dei senesi ha preso l’abitudine di andarvi a passeggiare, di rilassarsi al sole in uno dei posti più tranquilli, sicuri e “speciali” che Siena possiede.

Al momento in cui si svolge la nostra storia la cooperativa sta vivendo una fase legata alla crisi generalizzata dell’economia globale e di quella senese in particolare, per questo i dipendenti sono in numero minore rispetto a qualche anno prima. Sono una trentina circa e nel corso del racconto avremo modo di conoscerne meglio alcuni.

In questo luogo si svolge la storia che voglio raccontare, il posto è ormai conosciuto a Siena come l’Orto de’ Pecci. I fatti e i personaggi invece sono una creazione di fantasia, anche se sono verosimili e certamente un po’ ispirati alla reale vita della cooperativa sociale che opera all’Orto.

La nostra vicenda comincia un lunedì di marzo, una bella giornata d’incipiente primavera, in cui il verde della campagna comincia a diventare di nuovo brillante.

Se fossimo in un film, dopo l’iniziale campo largo, lento e descrittivo, adesso l’inquadratura stringerebbe sulla strada e su una ragazza che la sta percorrendo con un passo deciso. È una bella ragazza bruna con occhi scuri, capelli neri e una carnagione così olivastra che spesso la fa scambiare per una mediorientale. In realtà è invece una senese puro sangue, fra i trenta e i quaranta, si chiama Mimma e lavora ormai da qualche anno in cooperativa. È lei spesso al mattino tra le prime ad arrivare e viene sempre a piedi, abitando molto vicino all’orto. Il suo ruolo in cooperativa è un po’ di tuttofare: si occupa del ristorante, degli orari dei dipendenti, dei contatti con l’esterno che le varie attività della cooperativa rendono necessari, per questo passa diverso tempo al telefono. Da sempre interessata e motivata verso il lavoro sociale l’ha sperimentato in varie declinazioni: diversi anni fa è stata all’estero per un lungo periodo come cooperante nei paesi in via di sviluppo, poi si è sposata ed ha scelto di riavvicinarsi a Siena. Con il marito però è andata male, il matrimonio è fallito nel giro di due anni e mezzo e poco dopo ha perso anche il lavoro. Durante il matrimonio, infatti, aveva trovato un posto di commessa presso una boutique del centro, poi del tutto imprevisto era arrivato il licenziamento, lasciandola con la sensazione di dover ripensare tutta la vita da capo. Dopo il suo periodo di profit e il tentativo di uniformarsi alla vita senese (contrada – palazzetto – qualche volta il Rastrello – ecc.) era così tornata al primo amore. In sostanza aveva fatto una delle sue solite decise inversioni a U, tornando sui suoi passi e dopo essersi guardata intorno aveva scelto di collaborare con quel gruppo di lavoro ormai consolidato che si era aggregato intorno alla figura di Alfredo, uno dei fondatori della cooperativa.

Mimma è una ragazza ottimista e piena di energia ed anche stamani vedendola camminare trasferisce l’idea di forza e di voglia di fare. Forse lo spettacolo di quel mattino contribuisce a farla sentire così. Negli ultimi tempi però anche dentro di lei si agita qualche motivo di preoccupazione che ha a che fare con il momento di crisi generale che ha colpito Siena e le sue istituzioni. Come la risacca di un’onda che continua a correre anche quando pare essersi fermata, la crisi è arrivata anche in cooperativa e mette a rischio la situazione dei posti di lavoro. Su questo specifico aspetto nel suo ottimismo è come se ci fosse una falla, una sorta di sensibilizzazione, avvenuta per gli episodi precedenti, che la rende fragile e ansiosa. Il ricordo del licenziamento imprevisto è ancora una ferita aperta quasi più della separazione dal suo compagno e così teme che la cosa si possa ripetere.

Non perché non sia brava in quello che fa o non si impegni a sufficienza, tutte cose che a volte non contano, ormai lo sa, ma per il fatto che è l’ultima arrivata e se qualcuno dovesse “partire” forse toccherebbe proprio a lei. Perciò a volte le capita di rimuginare pensieri ansiosi: le cose vanno male, il lavoro per tutti diminuisce ed anche in cooperativa capita lo stesso.

Perderò anche questo lavoro – si dice – e così mi ritroverò in difficoltà ancora una volta con i conti da pagare, l’affitto e tutto il resto.

Ma in quella mattinata questi pensieri sono in disparte in un angolo della mente, affascinata dalla natura circostante.

Finita la discesa, lì dove la strada spiana e la vista si allarga all’intera valle, ai prati, agli animali che pascolano, incontra Gemma che ha cominciato il suo giro di pulizie, prima ai bagni, poi al reparto ristorante e pizzeria, proprio come lei le ha insegnato a fare. La saluta con un “ciao Gemma” un po’ strascicato e ottiene in cambio un cenno della testa limitato ma tranquillo. Nel prato invece Mamadou e Simone ronzano già con i loro aggeggi per falciare l’erba e avendo le cuffie in testa non sentono il suo saluto. Non le importa molto, non ha simpatia per quei due che spesso non rispettano gli orari e sembrano non avere presente il rischio che la cooperativa sta correndo. Con Mamadou poi ha avuto qualche scontro che prima l’ha messa in difficoltà e poi l’ha convinta che quel nero, ormai anzianotto, ce l’ha con lei e non rispetta per nulla il suo ruolo forse proprio perché è una donna giovane.

Il fatto di conoscere la sua vicenda di vita in bilico tra sfortuna e incapacità, non cambia per nulla il suo rapporto con lui.

Da quello – ne è convinta – c’è solo da temere che combini qualche guaio.

—-*—-*—-

torre-stil-copia

la Torre vista da Piazza del Mercato

Pochi se ne erano accorti.

Tra questi certamente non c’erano i turisti che guardavano la Torre con occhi ammaliati e rimanevano abbagliati da quella bellezza.

Solo alcuni vecchi senesi avevano espresso preoccupazioni per lo stato di salute del simbolo cittadino, ma nessuno aveva dato credito a quelle voci, anzi erano stati trattati come i soliti disfattisti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: