La notte che crollò la Torre

Capitolo 2 – Carmen

L’intera valle di Porta Giustizia, intesa come la zona che va dal cancello verde e termina con le vecchie mura, ha, vista dall’alto, la forma di un imbuto che si allarga verso sud e copre una superficie di quasi i tre ettari. Suolo fertile che riceve, come in una conca posta in basso, molta acqua reflua da città, terreno di riporto e inoltre dissodato da vari secoli di lavoro agricolo, visto che fu destinato ad orto fin dai decenni immediatamente successivi alla grande peste del 1348. Negli anni molto più recenti del manicomio quell’enorme estensione di orto racchiuso dentro le mura di città forniva verdura e frutta per l’intero ospedale e veniva lavorato dai degenti, quasi tutti di estrazione contadina, a costo zero. Nella vallata ci sono solo due edifici, entrambi annessi agricoli che davano momentaneo riparo a quei lavoratori oltre ad offrire probabilmente una funzione di magazzino per i prodotti. Il primo si trova proprio alla fine della parte ripida di via Porta Giustizia. Si incontra sulla destra scendendo e secondo alcuni storici potrebbe essere stato edificato sui resti di un antico mulino medioevale, visto che è praticamente piazzato su una grande cisterna in cui scorre sempre acqua, tuttora visibile. Il secondo invece si incontra verso la fine della stessa strada, sempre sulla destra quando la prospettiva delle mura è ormai vicina, è più piccolo, forse posteriore nel tempo.

La presenza della cooperativa in questi trent’anni ha modificato di molto l’aspetto delle due case.

La prima è diventata un accogliente ristorante con annessa pizzeria che possiede alcune sale interne dal tono impensabilmente elegante. Con il bel tempo invece quasi tutti i clienti preferiscono mangiare all’aperto, sciamando poi verso i larghi prati.

La seconda viceversa è diventata la sede degli uffici che accolgono la direzione della cooperativa stessa.

Si tratta di un piccolo fabbricato di due piani dall’apparenza un po’ malconcia, nei muri maestri, infatti, ci sono crepe che fanno pensare a problemi di stabilità, in parte ovviati da alcune catene. In realtà, ai tempi del manicomio, il piano superiore era utilizzato solo come rimessa degli attrezzi agricoli e nel piano terra, in anni più recenti, era stato impiantato il bruciatore dei rifiuti.

La cooperativa ha riadattato il piano superiore a ufficio. Vale la pena descrivere questo ambiente con una certa precisione perché, come vedremo, la disposizione stessa degli ambienti avrà importanza nello svolgersi del “caso”. L’unico grande spazio iniziale del piano primo è stato suddiviso con pareti in tre ambienti differenti: un micro ingresso a cui si approda dall’esterno alla fine della rampa di scale. Entrando in quell’ingresso ci troviamo di fronte tre porte: quella sulla destra si apre in una bella stanza luminosa, la stanza del presidente e di Mimma, i loro due tavoli sono corredati di computer e telefono, sulla parete di sinistra entrando, dopo una scaffalatura piena di fogli e documentazioni contabili, è collocata la cassaforte. L’altra stanza invece che si apre nel piccolo ingresso, (sulla sinistra una piccola porta a soffietto accede ad uno striminzito ripostiglio) contiene un grande tavolo per le riunioni e due scrivanie, quella di Carmen ed un’altra che nel tempo in cui si svolge la nostra storia non è utilizzata. Il piano terra dell’edificio è sfruttato per una parte come deposito delle macchine e degli arnesi da giardino e per un’altra come spogliatoi e bagni per i dipendenti che si occupano dell’orto e della nettezza urbana.

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l’Orto de’ Pecci

Per accedere al piano superiore, come ho già detto, c’è una scaletta dai gradini ampi e bassi che gira sul lato destro della costruzione e, dopo un angolo di novanta gradi, approda al pianerottolo in cui è collocata la porta d’ingresso. Ma uscendo dalla stessa porta e piegando invece a sinistra ci si trova in una sorta di largo viottolo erboso che degrada lentamente verso l’unica parte della valle che è tuttora rimasta coltivata come un orto. In quello spiazzo erboso sono collocate anche un paio di panchine dove, nelle giornate che lo permettono, si crea uno spazio alternativo di riunione e colloquio quando le stanze interne sono già occupate, o dove semplicemente ci si ferma un attimo a prendere il sole.

Questo doppio accesso crea la possibilità, forse un po’ teorica ma non impossibile di un arrivo in contemporanea di persone che possono non incontrarsi e addirittura neppure vedersi, pur essendo presenti quasi insieme in quello spazio certo non enorme.

 

Quella mattina lì in ufficio è già presente Carmen, fatto un po’ insolito. In effetti non è quasi mai la prima ad arrivare, ma è spiegabile perché si tratta di una giornata particolarmente gravosa per lei che si occupa di amministrazione. C’è, infatti, da finire di calcolare Iva e contributi, ma prima bisogna terminare di registrare le ultime fatture del mese precedente, inoltre come ogni lunedì c’è da registrare l’incasso del fine settimana del ristorante che in quella stagione comincia a farsi più importante. Insomma tutte cose da fare prestando attenzione e che richiedono tempo. Arrivando prima si è avvantaggiata.

Carmen è fisicamente l’opposto di Mimma che abbiamo già conosciuto. Di mediterraneo ha solo il nome e il luogo di nascita, in provincia di Salerno.  Per il resto è di carnagione chiara, con occhi di un celeste sbiadito, come il biondo dei capelli, occhiali con il cerchietto dorato. Tutto concorre a darle l’aspetto di una nordica, forse potrebbe sembrare una danese o una svedese.

In realtà anche come atteggiamento e filosofia di vita non è molto latina. Carmen, infatti, si fida solo dei numeri. Solo loro – pensa – danno la misura della vita, evitano il ricorso a visioni del mondo complicate, a filosofie difficili da capire. La vita è tutta racchiusa in perdite o utili, non c’è un altro metodo più chiaro per orientarsi. La sua può sembrare una visione rozza, ma in realtà è solo tranquillizzante ed efficiente. Le fornisce una base solida dalla quale partire per operare nel mondo e farlo senza tanti patemi, conservando il suo bel sorriso. Forse “gestisce” così anche i suoi personali sentimenti, ottenendo di non esserne mai travolta o confusa.

Per questo a volte può apparire fredda e, guarda caso, un po’ calcolatrice, a dispetto di quest’aspetto fisico da brava bambina affettuosa e piena di giudizio. Capitata a Siena per una vacanza estiva che doveva durare solo qualche settimana a casa di una zia che da tempo si è stabilita qui, ha finito, per una serie di incredibili coincidenze, per non andare più via e per impiantare la sua vita in questo luogo. Non attirata in modo particolare dal sociale, si è poi appassionata a quel mondo, piano piano nel corso del tempo, senza rinunciare a “prenderlo” dal lato dei numeri. Sarà evidente ormai che in cooperativa cura l’amministrazione e tiene in ordine i conti.

Quella mattina Carmen è, come le succede a volte, molto concentrata su quello che deve fare.

Nella giornata successiva la cooperativa dovrà pagare un bel malloppo di soldi tra contributi vari e Iva ma per fare il calcolo deve ancora immettere alcune fatture e trovare il totale. Di solito in situazioni simili riesce quasi a escludere dal suo campo di attenzione tutto quello che le avviene intorno. È arrivata presto in ufficio e si è messa subito al lavoro con quel fascio di conti che la stava aspettando dal precedente fine settimana. Si è sistemata nella sua stanza e quando è arrivata Mimma l’ha appena salutata. Immersa nelle cifre forse non si accorge quasi dell’arrivo di Paolo, il presidente, col quale non sempre va d’accordo.

Fuori ha visto quei due a tagliare l’erba, si è anche chiesta se proprio oggi si dovevano dedicare al vialetto vicino all’ufficio. Ha bisogno di concentrazione e con i decespugliatori invece Simone e Mamadou faranno chiasso tutta la mattinata… ma insomma – ha poi finito per pensare – che lavorassero anche loro!

Ha visto anche qualche altro dipendente gironzolare nei pressi dell’ufficio, ma non gli ha dato alcun peso, per lei col pensiero già ai conti, sono state sagome irriconoscibili, come pesci in un acquario.

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torre-grigia

la Torre dal Chiasso Largo

In genere tutti i senesi, arrivando in Piazza, uno sguardo lassù verso la Torre finiscono sempre per lanciarlo. Ma ormai da secoli tutti la guardano come un elemento inamovibile ed eterno del panorama, quasi un’entità geologica, come se non fosse stata costruita da uomini mortali. Insomma qualcosa di simile a una montagna o a un lago che sono sempre al loro posto e ci rassicurano che, almeno per loro, il tempo e l’usura quasi non esistono.

 

 

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