Il sentiero di Ho Chi Minh

Nella seconda metà del Novecento molti sociologi, psichiatri, studiosi di varie materie si sono interessati alle cosiddette “istituzioni totali”, tra questi uno dei più conosciuti è il sociologo canadese Erving Goffman che, nel 1961, pubblica “Asylum”, rapidamente divenuto un testo di riferimento per quei temi.

È lui che trova, a mio parere, una definizione chiara e semplice di quello che si intende con quella locuzione. Si parte dalla constatazione che le aree della vita di ogni essere umano sono grossolanamente tre: casa, lavoro e tempo libero. Bene, quando tutte e tre queste attività si svolgono nello stesso luogo fisico, sotto lo stesso tetto, ci troviamo in una istituzione totale: un carcere, un convento, un collegio, un ospedale, un manicomio. Quando cioè non esiste più una partizione di luoghi diversi per le diverse aree della vita, è evidente che la vita stessa è, per qualche ragione, temporaneamente o permanentemente coartata. È ovvio che in tale situazione quella stessa ripartizione tende a perdersi, per essere sostituita da uno stato in cui il soggetto rischia un processo di progressiva perdita dell’identità, di depersonalizzazione che spesso sfocia nella cosiddetta “sindrome dell’istituzionalizzato”.

Questo dà conto di quei fenomeni presenti all’interno di un manicomio, che forse tra le istituzioni totali è la più totale di tutte, dove i soggetti sono progressivamente resi tutti uguali, con gli stessi orari, gli stessi vestiti, le stesse abitudini, tanto che dopo un po’ finiscono per diventare difficilmente riconoscibili tra loro. Vedere, per esempio, come avveniva regolarmente in manicomio ottanta, cento persone camminare senza scopo e senza alcuna meta in una sala pur grande, finiva per rendere quelle persone più simili a un nugolo di mosche impazzite che ad esseri umani.

A questi meccanismi alienanti delle istituzioni totali, di cui forse il manicomio ha rappresentato l’esempio più violento, naturalmente i “pazienti” si sono spesso opposti in varie maniere, trovando modi per ricavare ritagli proibiti di una libertà perduta.

Pensate per esempio alle scene di quel cult movie che è “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. Nel film l’arrivo di un paziente con una spiccata personalità rivoluziona tutto, rimettendo in pista anche pazienti ormai del tutto istituzionalizzati. Randle Patrick McMurphy, il personaggio interpretato da Jack Nicholson, riesce addirittura ad organizzare, proditoriamente, una gita in barca con gli altri ricoverati suscitando la grande allegria di tutti. Poi, anche lì, le cose finiscono male, l’istituzione dopo una breve incertezza riprende il sopravvento e tutto torna come prima…o quasi. Il quasi, naturalmente, si riferisce al personaggio del vecchio pellerossa che tutti credevano sordomuto e che regala, con la sua fuga, proprio mentre scorrono i titoli di coda, una luce di speranza a tutto il film.

Prima di arrivare a raccontare la vicenda di questa puntata è necessario ancora accennare ad un’altra storia molto lontana da Siena e dal quartiere Conolly. Anche questa, guarda caso, fa riferimento agli anni del film, inizi degli anni Settanta, ultimo periodo della guerra del Vietnam. Fu in quel periodo che si sentiva spesso parlare del sentiero di Ho Chi Minh.

Il sentiero di Ho Chi Minh, come sanno quelli che hanno vissuto quel periodo, fu una rete di strade che andavano dal Vietnam del Nord al Vietnam del Sud, attraverso le nazioni confinanti di Laos  e Cambogia, allo scopo di fornire supporto logistico ai Viet Cong durante il periodo bellico. Era una combinazione di strade per i camion e percorsi per pedoni e biciclette e fu un elemento decisivo nel prolungamento, fino alla vittoria, della guerra dei Viet Cong.

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Ma cosa c’entra questo – sento già mormorare i miei lettori – con il manicomio, con il Conolly?

Molto più vicino a noi, fu chiamato con questo nome un sentiero scosceso, situato appena fuori della cinta muraria che attraversava il territorio dell’Ospedale, percorribile solo a piedi. Il sentiero da Porta Romana scendeva a valle e metteva in comunicazione l’ospedale Psichiatrico con Porta Tufi e soprattutto con un bar che lì vicino esiste tutt’ora. L’esistenza di questa “via” è confermata anche dal libro “Noi c’eravamo” di Gino Civitelli e Flores Ticci (Ed. Cantagalli, Siena – 2011). Veniva spesso percorso dai ricoverati che volevano provare un brivido di libertà dalla sorveglianza/custodia cui erano sottoposti in Ospedale e, magari, poi festeggiare con una buona bevuta. L’assunzione di alcol per alcuni di loro era il “problema”, il motivo per cui si trovavano lì dentro; in altre situazioni i pazienti sottoposti a forti terapie sedative avevano empiricamente sperimentato che il vino poteva diventare una sorta di contro veleno in grado di opporsi all’azione sedativa. Per questo il sentiero veniva spesso affrontato dai pazienti più coraggiosi o dotati di iniziativa. Qualche infermiere ne era a conoscenza, forse anche qualche medico, ma non si faceva quasi nulla per impedire queste passeggiate che allentavano un po’ la tensione in un ospedale che aveva ormai (siamo alla fine degli anni Sessanta, inizio dei Settanta) più una funzione meramente custodialistica che non una terapeutica, più consona ad un nosocomio. Questa storia, serpeggiante all’interno del San Niccolò, contribuiva ad alimentare barzellette e scherzi, finendo quasi per essere tollerata ufficiosamente da tutti, pur essendo invece negata in maniera ufficiale.

Ma, come in ogni umana situazione, la tragedia era dietro l’angolo.

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Siamo a metà circa degli anni Settanta. Riccardo, un ragazzo di poco meno di trent’anni, era giunto al ricovero dopo un lungo percorso medico per via di una malformazione cardiaca che lo aveva obbligato ad una serie di interventi correttivi di cardio chirurgia, tutti naturalmente caratterizzati da lunghi periodi di degenza. Io che ho avuto la ventura di conoscerlo brevemente, posso dire che il suo aspetto (alto, magro, fronte bassa, bozze sopraorbitali accentuate, capelli neri e ricci) era quello di un ragazzo con un lieve deficit intellettivo, aggravato da qualche difficoltà di parola. I lunghi periodi di ospedalizzazione avevano finito per esacerbare certi atteggiamenti del carattere ed aspetti comportamentali bizzosi e reattivi. Questi aspetti avevano reso sempre più difficile la permanenza in famiglia e così, oltre alle degenze per i motivi cardiaci, erano anche iniziate quelle per motivi psichiatrici. Dopo alcuni ricoveri in Clinica Neuro e nella Psichiatria ospedaliera (dove appunto mi capitò di incrociarlo) era stato alla fine inviato all’Ospedale Psichiatrico come ultima spiaggia di una vita che, sia pure iniziata da poco, si era però subito rivelata in salita.

Riccardo mal sopportava la disciplina di ogni ospedale, forse esasperato dal fatto di aver passato lì dentro la maggior parte del suo tempo, figuriamoci poi come poteva adattarsi alla disciplina un po’ alienante di un manicomio. Durante il periodo di ricovero aveva probabilmente orecchiato dagli altri pazienti l’esistenza di una via di fuga dal San Niccolò. È persino possibile che avesse sperimentato qualche volta quella strada, chissà.

Spinto dall’impulso irrefrenabile di andar via e di tornare dalla sua mamma, sceglie di tentare la fuga. Valutando male le sue forze, la propria capacità di orientarsi e la situazione generale, si incammina su quel sentiero in una serata di fine ottobre, che diventa poi una notte di pioggia e tempesta. Così Riccardo si perde in quel viottolo e al momento in cui i pazienti dovevano andare a letto e essere “contati”, qualcuno si rende conto che Riccardo manca, non è presente in reparto. Cominciano le ricerche, ma solo la mattina dopo viene ritrovato morto, annegato, in una delle pozze che esistono in quel percorso e che in quella notte si erano particolarmente ingrossate.

Tutto allora diventò tragedia, spazzando via la comicità spesso associata ai matti e rivelando nella sua crudezza la disgrazia di una giovane vita spezzata proprio nel luogo dove invece doveva essere aiutato a curarsi.

Non so se dopo quell’episodio il sentiero di Ho Chi Minh fu bloccato o solo meglio controllato, ma forse non ce ne fu bisogno perché appena qualche mese dopo, come un fulmine a ciel sereno o quasi, arrivò la legge Basaglia, la quale, fin dalla sua promulgazione, bloccò i nuovi ricoveri in manicomio. Solo i malati che già vi risiedevano, tutti più “esperti” del povero Riccardo, che fu uno degli ultimi arrivati, potevano rimanere lì dentro.

Qualcuno di loro, vi rimase fino al 1999, anno in cui il San Niccolò chiuse in maniera definitiva i battenti.

 

Andrea Friscelli

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