Conolly, chi era costui?

IMG_1058John Conolly nasce a Market Rasen (Lincolnshire) nel 1794 da famiglia irlandese, si laurea in medicina a Edimburgo nel 1821 con una tesi dal titolo: “De statu mentis in insania et melanchonia”, dimostrando così fin dagli esordi il suo interesse per la Psichiatria. Che però in quel periodo non era ancora inserita nel curriculum degli studi universitari. Dopo aver esercitato in provincia come generico per qualche anno fu nominato professore di Medicina all’University College di Londra. Finalmente viene scelto come primario medico per dirigere il manicomio di Hanwell, un sobborgo di Londra (l’ospedale adesso si chiama West London St. Bernard’s Hospital). E’ qui che elabora e sostiene il suo metodo di cura “no restraint”, cioè l’assenza completa di ogni metodo di contenzione fisica. I risultati del lavoro di quegli anni sono raccolti nel libro dal titolo: Trattamento del malato di mente senza metodi costrittivi (riedito in italiano da Einaudi nel 1974).

Qualcosa del genere era già successo in epoche precedenti con Pinel, Chiarugi (siamo a cavallo tra Settecento e Ottocento), ma mai nessuno aveva categorizzato con tanto coraggio e consapevolezza la necessità di abbandonare i metodi costrittivi. Cito a tal proposito le sue parole quando sostiene che: “La costrizione è simbolo d’abbandono del malato ed è il sostituto delle cure numerose che il suo stato richiede”. Parole di una modernità assoluta tanto più che sono scritte in epoca chiaramente pre farmacologica, quindi senza neppure quell’ausilio. So per esperienza che quanto più un malato è agitato e tanto più richiede personale attento e numeroso. Spesso la gestione con mezzi costrittivi è scelta per carenza di personale o peggio per uno scarso impegno verso persone difficili da accompagnare nei momenti critici. Inoltre Conolly sostiene che bisogna socializzare col malato, decifrare la sua apparente incomprensibilità per prevenirne la violenza, cercare un rapporto con l’ambiente familiare che ha prodotto la malattia anche nel periodo post ospedaliero. Insomma molti dei cardini della moderna psichiatria indirizzata verso il territorio, nei suoi scritti, ci sono già.

Purtroppo questo movimento che aveva in Conolly il principale esponente rimase in voga solo pochi decenni per tornare alla ribalta oltre un secolo dopo la sua morte che avvenne nel 1866.

 

Io non so chi sceglieva i nomi dei vari padiglioni del San Niccolò. Essendo la cittadella dei folli venivano scelti tra famosi psichiatri del tempo oppure tra le glorie della psichiatria o, a volte, più modestamente, tra i precedenti direttori del manicomio San Niccolò. Così c’è il padiglione Ferrus, il Chiarugi, il Fragnito, il Kraepelin, il Palmerini, il Livi e così via. Certo chi decise di dare al padiglione dove avveniva il massimo del controllo costrittivo, il nome di Conolly non poteva non sapere che così stabiliva un paradosso. Si può pensare che questo fosse un tentativo di rendere, almeno sulla carta, meno restrittiva possibile la permanenza in quelle celle, ma certo che il paradosso resta così stridente che il povero Conolly forse si rigira ancora oggi nella tomba.

 

Del resto qualcosa del genere è avvenuto anche per chi ideò il panapticon, e cioè i fratelli Bentham. Ma questa è un’altra storia che merita un post a parte.

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