1 – I perché di una proposta

 

Quando fu inaugurato il quartiere Conolly la psicoanalisi ancora non esisteva, ma la sua nascita era vicina. Per questo ho pensato che l’argomento avesse diritto di cittadinanza anche in questo blog.
Comincia così oggi un piccolo viaggio tra i grandi della psicoanalisi, viaggio che arriverà fino ai giorni nostri attraverso le modifiche e gli sviluppi che ci sono stati.

Oggi quindi si inaugura questa piccola rubrica e vorrei spiegare il motivo che mi spinge a tentare questa operazione.

Viviamo un periodo storico (psico storico, vorrei quasi dire) molto duro, dove si manifesta una prevalenza sempre più accentuata di sentimenti negativi a discapito dei buoni, civili rapporti con gli altri. Pare di cogliere, nel clima sociale generale, una grave carenza di fiducia, di umana “pietas”, un’incapacità di perdonare o, semplicemente, di stare decentemente insieme. Queste cose rendono il tasso circolante di diffidenza, aggressività, odio, rancore e vendicatività ormai enormemente aumentato in ogni ambito sociale. Se qualcuno si comporta secondo canoni di normale civiltà, improntata a comprensione e tolleranza, magari concedendo buona fede anche a chi non la pensa come lui, viene immediatamente bollato come “buonista”, mentre chi agisce con cinismo e arrogante aggressività, condite magari da un pizzico di paranoia, viene dalla maggioranza sentito come più autentico e vero.

Questa atmosfera comincia a incunearsi tra noi, dentro di noi, in un modo che ci sovrasta come individui e condiziona quasi la nostra personalità.

Chi ha visto “Il Cliente” ultimo film dell’iracheno Farhadi (fresco di Oscar!) ha potuto cogliere un bellissimo esempio di quello che voglio dire.

Il protagonista che all’inizio è rappresentato come una persona armoniosa, insegnante amato dai suoi alunni, impegnato nel teatro e con un buon rapporto con la compagna, a seguito di un evento drammatico che colpisce quest’ultima, lentamente si trasforma in un vendicatore tremendo e insopportabile che, come sovrastato da questi sentimenti negativi che non riesce di “governare”, finisce per distruggere tutta la sua vita e le vite di coloro che gli sono inizialmente vicino. Il film ha un piglio da tragedia greca dove il fato si prende quasi gioco degli uomini riducendoli spesso a dei burattini nelle sue mani.

Ma la cronaca di queste ultime settimane, con i fatti di Vasto prima, poi con quello, di solo pochi giorni fa, delle due donne rom chiuse in gabbia a Follonica, e dei molti altri che si susseguono, ci porta quasi oltre l’atmosfera del film, a riprova di come la realtà spesso superi la fantasia.

Che ci siano ragioni che spiegano questa sorta di imbarbarimento dei nostri rapporti a tutti i livelli, a partire dai massimi leader politici che progettano muri e nuovi lager, fino a noi semplici cittadini comuni, con le infinite gradazioni intermedie, credo sia altrettanto chiaro. Non mi voglio addentrare nell’analisi di tutte le modificazioni sociali, storiche, economiche che lo sostengono, non ne sarei senz’altro capace.

Il senso della mia riflessione vuole andare in una direzione un po’ diversa. Mi pare cioè che un fenomeno sottostante a questo clima sia l’impoverimento sempre più accentuato di una modalità empatica, di una capacità comprensiva, ma ancor più semplicemente, di una volontà di incontro con l’altro che pure, in altri periodi, ha caratterizzato la nostra società.

Faccio riferimento non solo agli atteggiamenti sostenuti dalla semplice buona educazione, ma più specificatamente al fatto che il patrimonio di conoscenze scientifiche, qualche volta ricavate direttamente dalla pratica terapeutica, che, nel corso degli anni, è stato costruito a tal proposito, si sta impoverendo, sbiadendo, banalizzando. Sono tutti modi, più o meno sottili, per distruggere quell’eredità.

Si pensi che, per fare solo un esempio, la tendenza ormai quasi vincente nella maggioranza delle scuole di specializzazione in Psichiatria, devolute a addestrare i professionisti della comprensione e dell’aiuto psicologico, è quella di mettere sempre più all’angolo le scienze psicodinamiche a favore della farmacologia, facendo sempre più somigliare i giovani psichiatri a dei medici internisti attenti agli effetti collaterali dei farmaci ai  quali loro stessi affidano l’intera soluzione dei problemi. Come se insomma la voglia di capire, ascoltare ed aiutare chi ci sta davanti, anche quando è in gioco un ruolo professionale, fosse sempre minore, forse perché quella voglia necessita di più tempo rispetto agli standard che qualcuno vorrebbe imporre anche alla pratica medica.

Si noti poi un altro fatto ancora più evidente: le quotidiane tragedie a cui assistiamo (femminicidi – patricidi – figlicidi) sono sempre accolte da una certa sorpresa, indice del fatto che i parenti, i vicini, gli altri non avevano capito nulla di ciò che si stava preparando. Lungi da me voler sostenere che tutto si possa sempre capire, però mi pare che stiamo soffrendo ogni giorno di più di una crescente svogliatezza nell’approcciarsi all’altro, di una crescente incapacità di capirlo, che ogni giorno di più ci stiamo barricando, per paura, nel nostro chiuso narcisismo che si oppone ad ogni nuova conoscenza.

Mi sono chiesto allora se non sia il caso di “ripassare” la lezione o, forse meglio, le lezioni che coloro che hanno dedicato la vita a questi approfondimenti nel corso degli anni ci hanno lasciato, rispolverando concetti e conoscenze che possono sembrare ormai passate di moda, ma di cui, mi pare, sia innegabile il bisogno. Un po’ come quando, trovandosi in mezzo ad una tempesta, ci si affida alla sapienza ed all’esperienza dei marinai più vecchi, di quelli che magari ci sono già passati e sanno come si fa a salvarsi, a togliersi d’impaccio senza perdere tutto.

 

Ho fin dall’inizio delimitato il campo di questo “ripasso” per dare l’esatta dimensione di quello che mi propongo di fare. Non mi interessa proporre una rassegna delle risposte che nel corso della storia sono state date a domande quali: cos’è l’uomo? come si rapporta con i suoi simili? oppure cos’è la mente? come nasce? come si sviluppa? Domande dall’evidente sapore filosofico alle quali sono state date risposte le più varie e contrastanti.

Affermo perciò che mi muoverò solo in ambito psicoanalitico, una disciplina che ha poco più di un secolo di storia, ma che ha sviluppato al proposito teorie diverse nel corso degli anni.

Intendiamoci, non voglio sostenere che solo da questa disciplina possano venire le risposte giuste, né tantomeno le soluzioni degli enormi problemi che abbiamo. Il fatto è molto più semplice: io preferisco parlare di questo argomento che un po’ conosco, per averlo “frequentato” ormai da molti anni. In più si può forse dire che attualmente qualcosa sta cambiando anche in ambito psicoanalitico e si va affermando una tendenza che molti vivono con favore. È un orientamento che vede confluire alcune ricerche delle neuroscienze con teorizzazioni psicoanalitiche ed anche di altre discipline psicologiche come il cognitivismo o il comportamentismo. Penso che sia ancora lontano il momento in cui si affermerà una visione univoca che sia in grado di dare quelle risposte che nessuno per ora ha. Magari, però, ci stiamo lentamente muovendo in quella direzione.

Ed ecco allora emergere lo stridente paradosso attuale: proprio nel momento in cui certe teorie psicoanalitiche trovano finalmente dei riscontri di tipo strumentale nelle neuroscienze (si pensi al problema dell’empatia e dei neuroni specchio) l’atteggiamento empatico viene di fatto quasi oscurato e messo a tacere da un assetto sociale che ci spinge sempre di più verso la guerra e l’aggressività.

È possibile provare a riequilibrare le cose? tentare, riportando in campo la storia di un pensiero che è stato capace di sondare gli abissi, a volte paurosi, della mente, di non dimenticare chi ha già detto qualcosa al proposito? Autori che, tra l’altro, (quasi tutti quelli che vi proporrò) hanno costruito le loro riflessioni durante periodi storici ben più difficili dell’attuale.

Certo non posso pensare da queste pagine di proporre riflessioni troppo specialistiche né tanto meno legate alla pratica clinica. No, vorrei invece estrarre il succo di alcune idee che i grandi della psicoanalisi hanno lasciato in eredità a tutti noi, sforzandomi di farli conoscere meglio anche nei loro tratti umani e di vita. Forse individuare una linea di tendenza che nella psicoanalisi si va delineando.

Anche qui voglio essere chiaro: so di non poter proporre la rassegna di un pensiero unitario e senza contraddizioni interne. La storia della psicoanalisi è stata, infatti, ricca di visioni contrastanti, di dibattiti furiosi, quasi settari, piena di clamorose scissioni dottrinali. A favore della disciplina possiamo dire che questi contrasti, queste guerre incruente hanno spesso costretto i “combattenti” a precisare meglio le loro teorie ed in sostanza a capire ogni volta qualcosa di più.

Sigmund Freud

In tal senso le tappe del piccolo viaggio tra i grandi della psicoanalisi che vorrei proporvi saranno le seguenti: Freud – Klein – Bion – Kohut.

Infine l’ultima puntata sarà dedicata ad illustrare quella tendenza a cui accennavo qualche rigo sopra (l’avvicinamento tra neuroscienze e psicoanalisi), vorrei cioè parlare di Rizzolatti e di Gallese ed i neuroni specchio la cui scoperta (tutta italiana, una volta tanto) è solo di pochi anni fa.

Andrea Friscelli

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