La tomba lontana

Come credo sia capitato a molti nelle scorse settimane anche io ho fatto, qualche giorno fa, un giro al camposanto, per la precisione a quello monumentale della Misericordia. Come ormai d’abitudine, dopo aver salutato i miei cari, sono andato a camminare senza una meta precisa in parti di quel cimitero che non avevo mai visitato, senza cercare nulla di preciso. È un’attività, sia detto solo per inciso, che tutte le volte mi rasserena, relativizzando molto le vicende e gli affanni di ogni giorno. Camminando in quella parte buia che è chiamata dei “voltoni”, una delle più antiche dove ci sono tombe molto vecchie, di alcune famiglie nobili senesi e di diversi ordini monastici, vengo attratto da una lapide piccola, isolata, con la seguente scritta:

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In questo periodo in cui mi capita di cercare vecchie storie di persone che hanno passato la vita al manicomio, è chiaro che sono stato subito incuriosito e colpito da diverse cose. Per esempio, dal cognome, certo non senese ma nemmeno toscano, semmai di origine pugliese o siciliana, da quella provenienza esotica (Tunisi). Mi è sembrato inoltre di percepire un certo senso di colpa che, pur nelle consuete espressioni di circostanza, emerge dalla scritta per aver lasciato solo (senza – neppure – l’estremo vale) questo sventurato figlio anche nel momento della morte. Mi si attivano in testa varie fantasie ed una voglia notevole di approfondire, di capire e, come dire, di “rispolverare” questa storia. A malapena riesco ad aspettare i pochi giorni di attesa per tornare all’archivio storico fino a che finalmente ho in mano la sua cartella clinica. Che in realtà è piuttosto succinta e non soddisfa tutte le mie curiosità, ma alcune sì.

Vengo per esempio a sapere che la famiglia Conversano abita a la Goletta di Tunisi, luogo di cui non so nulla, ma che forse ho sentito dire, almeno così mi sembra. Faccio qualche ricerca, un giro su internet e apprendo che è una cittadina vicino a Tunisi e che dalla metà dell’Ottocento ha ospitato una cospicua comunità italiana, fatta soprattutto di siciliani, attirati dalla possibilità di grandi sviluppi nelle attività portuali. In quegli anni l’America era ancora una meta troppo difficile da raggiungere per i siciliani e i maltesi in cerca di fortuna, cosicché il flusso emigratorio si riversò sulla vicina Tunisia. La stragrande maggioranza di questi coloni – che erano braccianti, manovali, minatori e pescatori – giunse alla Goletta in condizioni di sostanziale miseria, ma in seguito fece fortuna tanto che divennero l’elemento maggioritario in città, dando vita al quartiere della Piccola Sicilia. Poi si segnala che quel luogo ha avuto qualche notorietà (ecco forse la ragione per cui l’ho sentito dire!) per il fatto di aver dato i natali all’attrice Claudia Cardinale.

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Si chiarisce così forse un primo tassello relativo alla famiglia che immagino di immigrati ormai arricchiti, tanto da essere in grado di tenere a retta al manicomio di Siena per qualche anno, pur abitando laggiù, lo sventurato figlio Giovanni. Si spiega così anche la loro assenza nel momento del trapasso del figlio, tornare da Tunisi in quegli anni non doveva essere agevole.

E veniamo a Giovanni, la prima cosa che mi colpisce nella cartella è che nello spazio dedicato alla condizione sociale è scritto “benestante” ed in quella della professione “scrivano”. Poi però il medico, tra le prime note, scrive “è chiaramente un microcefalo”, quasi per ristabilire una verità dolorosa. Anche la diagnosi è impietosa: “imbecillità”. È questa una dizione non più usata in Psichiatria che stava a indicare un grado di deficit intellettivo di grado medio. La graduatoria comprendeva al di sotto l’idiozia e al di sopra i “semplici di spirito”.

Il medico che riempie la cartella giudica l’aspetto di Giovanni come puerile anche se al momento del ricovero (siamo nel giugno del 1879) ha 32 anni. La anamnesi clinica viene raccolta grazie alla collaborazione dei parenti. Loro sostengono che Giovanni fosse in realtà molto sveglio e curioso di sapere tutto fino ai 10 anni, quando a seguito di una malattia dissenterica, divenne eccitabile, debole di mente e incapace di apprendere, pigro nel mangiare e nel vestirsi, a volte invece molto irritabile. Va detto che la malformazione microcefalica si manifesta, di solito, fin dalla nascita pregiudicando il normale sviluppo mentale del soggetto. La spiegazione data dai congiunti pare pertanto più una sorta di leggenda familiare tesa ad avvalorare la tesi di un evento sfortunato che ha interrotto uno sviluppo promettente. Immagino anche che forse per un lungo periodo la gestione del figlio disabile sia stata possibile in casa, poi quando non lo è stata più, per via del peggioramento delle sue condizioni, dell’agitazione e dello scarso controllo, la famiglia ha deciso per un ricovero ben distante, chissà con quale strazio e, immagino io, chissà con quali conflittualità interne.

L’esame somatico rivela impietosamente una circonferenza cranica di soli 51 cm, quando di solito la misura normale va intorno ai 60 cm.

Nel primo colloquio il medico scrive: “ha un parlare sentenzioso, ma i fatti sono ben lungi dal confermarsi alle parole”. Il paziente tende a accreditare di sé l’immagine quasi dell’intellettuale quando afferma che il suo male dipende dal parlare troppo e poi continua “(…) ma non so porre ostacolo all’effluvio eccessivo dei pensieri”.  Ma, a dispetto della qualifica professionale esibita in cartella, Giovanni non è nemmeno in grado di scrivere. In questo atteggiamento di sovrastima di sé si coglie qualcosa che fa riferimento alla posizione sociale della famiglia. È, sì, un povero disabile ma benestante e componente di una famiglia di successo. Così tutti cercano di adeguarlo allo standard familiare anche se non ve sono le possibilità.

Nel primo periodo di ricovero emerge a volte una certa irrequietezza, durante la quale vanta la sua forza e robustezza ed “il vanto – scrive il medico – contrasta moltissimo con la realtà”. Quando si arrabbia, minaccia di sollevare una rivoluzione. Dopo essere guarito di un ittero passeggero, nell’agosto del 1880 viene dimesso. In quell’occasione il medico così scrive: “viene dimesso migliorato di mente e di fisico e regolarizzato nel contegno. Trattandosi di una imbecillità congenita non era possibile ottenere una guarigione”. Una piccola chiosa personale: il medico nelle sue parole, pur del tutto vere, pare cercare quasi una giustificazione alla impossibilità di “guarire” il paziente e sembra non scorgere la possibilità che l’attività medica possa conservare tutta la sua nobiltà anche attestandosi sull’obiettivo di migliorare comunque la vita del paziente. Gli inguaribili non si possono guarire, ma si possono curare, perché tutti sono curabili.

 

Nel dicembre del 1885 viene di nuovo portato al San Niccolò. Del tempo intercorso e delle motivazioni relative a questa nuova degenza non si dice nulla, però nel frattempo, tanto per gradire, Giovanni è diventato completamente sordo.

La degenza si incanala in un alternarsi di momenti di agitazione ed altri di abulia. Quando si comporta male, non sopporta i rimproveri e allora minaccia rivoluzioni, di sollevare la città di Siena, di distruggere il manicomio. Ai colloqui prende le pose da uomo di mondo, da oratore, “ma di quello – scrive il medico – non possiede che le frasi altisonanti. A tutte le domande, per esempio, risponde: è questa la questione! Oppure: è quello che tanto vado dicendo anch’io”! Commenta così, scimmiottando discorsi forse orecchiati in famiglia, le problematiche del tempo, come l’anti francesismo di quel momento storico o l’occupazione di Tripoli. Invece per periodi sempre più lunghi sprofonda nell’inerzia e sordo com’è è sempre più isolato. I medici annotano nel diario clinico poche righe al ritmo di una volta all’anno o giù di lì. Passano i mesi e l’ultima nota è quella del 22 dicembre 1889 (sono passati quasi esattamente quattro anni dal suo ingresso) in cui si registra che a causa di complicazioni respiratorie del tutto impreviste e rapidissime, alle ore 23 di quel giorno il paziente è deceduto.

La sua storia mi permette di fantasticare (intendiamoci, un puro esercizio di pensiero) sulle dinamiche di quella famiglia. Che è una famiglia benestante, di successo. Probabilmente sono immigrati che poi hanno raggiunto un certo grado di benessere grazie al lavoro. Ma la loro epopea di ascesa sociale viene ad essere incrinata dalla nascita di questo figlio imperfetto. Come succede spesso in questi casi i genitori tendono a trasformare la disabilità del figlio in una loro colpa. Essi si trovano perciò nella condizione di dover superare un lutto, come se qualcosa fosse finito, come se dovessero rinunciare alla perfezione prima raggiunta.

Poi, dopo diversi anni, forse prevale la voglia di allontanarlo, di non pensare più a quell’insuccesso, l’unico (forse) della loro famiglia. Non è difficile ipotizzare che all’interno di quel gruppo familiare ci sia qualcuno che lo spinge verso Siena, e qualcun’altro che invece lo vorrebbe tenere vicino, chissà!

Poi la morte quasi improvvisa di Giovanni chiude tutto, forse il saperlo così lontano, solo e fragile rende ancora più lancinante il dolore dei familiari. Ma il tempo passa, il dolore sfuma e diventa oblio.

E quel poverino rimarrà lontano da loro anche nella sepoltura.

 

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