Aria, sole e profumo di fiori

Sono gli ultimi tre decenni del 1800 che danno al San Niccolò l’aspetto attuale ispirato al modello di villaggio manicomiale che rappresentava, in fatto di edilizia ospedaliera, l’ultimo grido in quel tempo. Sono anni molto vivaci in cui si alternano vari direttori medici e aumenta sempre di più la popolazione dei malati, che rapidamente supera le 500 unità, ma si mantiene in costante crescita. Questo fatto rende sempre più necessario allargare gli edifici pensandoli in base ai criteri che per primo il direttore Livi aveva stabilito: 1) separazione tra sessi, 2) separazione tra varie patologie, 3) presenza di personale infermieristico, 4) officine di lavoro, 5) scuole e spazi dedicati alla ricreazione.
Cominciano così gli anni dei grandi interventi di importanti architetti che attraverso una stretta collaborazione con la proprietà (la società di Esecutori di Pie Disposizioni, erede dei Disciplinati sotto le Volte dello Spedale Santa Maria della Scala) e con i vari direttori indirizzano secondo i più moderni criteri la costruzione dei nuovi padiglioni. Due nomi a tal proposito spiccano su tutti: il quasi senese Agostino Fantastici e il romano Francesco Azzurri. Il Fantastici ha una fama locale ed è più vecchio dell’altro, ha lavorato in molti edifici importanti di Siena dando a essi il suo tocco neoclassico: il convitto Tolomei, il teatro dei Rinnovati, vari palazzi gentilizi. Viene coinvolto dalla proprietà nel 1834, dopo un terribile terremoto che danneggiò Siena, per fare la perizia dei danni del nuovo Ospedale San Niccolò, per i quali suggerisce alcuni aggiustamenti.

Sul titolo della gara a cui ci siamo iscritti

Fosse stato i luoghi della mente sarebbe stato perfetto. Nessuna incertezza in quel caso, infatti, nessun luogo forse più del padiglione Conolly porta in scena una mente offesa e deturpata dal tentativo paradossale di una sua cura. Certo anche in quel caso avremmo dovuto interpretare il titolo al contrario, non un luogo della mente stimolata e spinta verso lo star bene, ma verso il suo contrario.

Ma luoghi del cuore, questa è la dizione, fa pensare, almeno a primo impatto, a panorami rilassanti, a scorci incantevoli carichi di bei ricordi e memorie dolci. Dove magari sono cominciati amori o si sono sviluppate belle storie che poi con  il passare del tempo sono diventate antiche e lontane.

Perché il Conolly

Perché recuperare il padiglione Conolly?
Innanzi tutto perché l’edificio giace in uno stato di penoso degrado, al limite del crollo che cancellerebbe in maniera definitiva la densità di storie, memorie e temi culturali che in quei mattoni risiedono. Perderli vorrebbe dire amputare per sempre una parte della storia della nostra città.
Il padiglione Conolly è, infatti, uno dei pochi esempi italiani di costruzione di un panopticon, secondo le modalità suggerite dall’illuminista Bentham. E’ stato pensato e realizzato negli ultimi anni dell’Ottocento, in modo da accogliere i malati ritenuti più pericolosi e ingestibili, ottimizzandone, attraverso la particolare forma architettonica, il controllo che poteva avvenire con un solo sguardo.
I temi che aleggiano intorno all’edificio sono naturalmente quelli dell’esclusione sociale, della devianza, della sua gestione e controllo, ma se si allarga lo sguardo all’intera valle e alle vicende storiche che lì si sono svolte fin dal Medioevo, tocchiamo temi come quelli dell’accoglienza degli immigrati, della peste e del contagio (nelle sue varie possibili forme) della giustizia e della sua gestione, dell’attribuzione delle pene, dei tentativi di curare in vari modi un’umanità sofferente ma “sgradita”.