La storia che voglio raccontare oggi porta al centro una domanda che tutti gli psichiatri, anche quelli che, come me, non si sono mai cimentati nel campo delle perizie medico legali, si sono sentiti prima o poi rivolgere. La formulo nel linguaggio magari un po’ rozzo ma chiaro della gente comune: “dottore, ma questo (paziente) c’è o ci fa?”. Una domanda cui non sempre è facile rispondere in maniera netta con un no od un sì e che per questo a volte ci mette in imbarazzo, allora come adesso.
È infatti la storia di un ricovero in manicomio fatto per permettere l’effettuazione di una perizia per un soggetto che proviene dal carcere e che bisogna decidere se deve tornarci o se deve rimanere a curarsi al San Niccolò. È anche un modo per conoscere, oltre naturalmente Adolfo Bencini (è questo il nome del paziente) anche il pensiero dei due periti, entrambi nomi noti a Siena, ma non solo: Antonio D’Ormea, colui che più di ogni altro ha tenuto la direzione del San Niccolò (ben 43 anni) e Onofrio Fragnito che fu anche Rettore dell’Università di Siena (dal 1921 al 1924) e diventò poi un vero luminare della scienza neuropsichiatrica italiana.

Citerò alcuni brani della lunga perizia a firma comune che rappresentano pagine di una scrittura chiara e lineare che giunge a dare a quella domanda una risposta netta. Emerge una visione della mente che adesso può sembrare semplicistica e che pare ignorare i contributi, per esempio, della psicoanalisi ma che ha una sua forte coerenza interna.
Ma partiamo dall’inizio.
